Tutto cambia, nulla cambia: il Gattopardo che parla di noi
(F)UORI PROGRAMMA
LIBRI AMATI, LETTI O DEMOLITI DA CHI HA MENO DI 20 ANNI
(di Smeralda Boniolo)
Se questo romanzo non avesse una data di pubblicazione, si potrebbe pensare che sia stato scritto oggi. Giuseppe Tomasi di Lampedusa nacque a Palermo nel dicembre del 1896 da una nobile famiglia siciliana. Durante la Prima guerra mondiale combatté come ufficiale e fu fatto prigioniero dagli austro-ungarici, ma riuscì a fuggire. Fu un uomo piuttosto riservato e solitario, animato da una grande passione per il sapere e per la letteratura, a cui però si dedicò davvero solo negli ultimi anni di vita. Scrisse il Gattopardo tra il 1955 e il 1956, ma il romanzo fu rifiutato dalle principali case editrici, che lo giudicarono fuori dal suo tempo, legato a un’epoca ormai passata. Tomasi morì di tumore ai polmoni nel 1957, senza vedere realizzato il suo sogno. Nel 1958, infatti, l’editore Feltrinelli pubblicò il manoscritto, che sarebbe diventato un successo mondiale.
Ambientato in anni decisivi per la storia dell’isola, il Gattopardo ritrae una Sicilia viva, consapevole dei propri problemi ma poco interessata a risolverli.
La vicenda ruota intorno al Principe di Salina, uomo autoritario e rispettato, a capo di una delle famiglie più importanti dell’isola. In un primo momento non è disposto ad accettare la conquista della Sicilia da parte di Garibaldi: l’arrivo delle camicie rosse segna infatti il declino della nobiltà e l’ascesa della borghesia. In famiglia, però, c’è chi ha capito che opporsi servirebbe solo a peggiorare le cose. È il nipote Tancredi, a cui si deve la celebre frase “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, ormai entrata nella storia e ancora attualissima. Alla fine, chi aveva un titolo nobiliare e aveva combattuto torna a essere rispettato e sfrutta l’impresa a proprio vantaggio. I poveri, invece, riprendono la vita di sempre, illudendosi che qualcosa sia cambiato. Ciò che l’autore vuole mostrarci è che il cambiamento richiede tempo: non basta che mille uomini sbarchino promettendo terre e ricchezze ai contadini.
UNA GRANDE METAFORA STORICA
Il Gattopardo si può leggere come una grande metafora storica. In quest’ottica, Garibaldi rappresenta una promessa che non può realizzarsi in tempi così brevi. Annuncia grandi cambiamenti senza fare i conti con la realtà, perché per trasformare una società serve tempo. La sua proposta si rivela quindi impraticabile non per mancanza di buone intenzioni, ma perché ha troppo poco tempo per maturare, e finisce per spegnersi prima ancora di cominciare. Il progresso non si può promettere. Il cambiamento non arriverà subito: ci vorranno cinquant’anni, durante i quali il Principe di Salina sarà costretto ad accettare le novità e ad accogliere con dignità una nuova epoca.
UN’OPERA CHE NON INVECCHIA
Pur essendo stato scritto negli anni ’50, il Gattopardo è un’opera che non invecchia. Spesso abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di grandi cambiamenti, come se il nostro tempo fosse eccezionale. In realtà, ogni epoca lo è stata. La storia non procede a salti: è una catena in cui ogni evento nasce da quelli che lo precedono e influenza quelli che seguiranno. Nemmeno i cambiamenti di oggi nascono dal nulla. Sono il frutto delle scelte e delle trasformazioni del passato, che hanno costruito quasi per intero il nostro presente. Per questo studiare la storia è fondamentale, eppure è proprio ciò che abbiamo smesso di fare. Senza il passato non possiamo capire il presente, tanto meno costruire il futuro.
Come i siciliani del romanzo di Tomasi, anche noi siamo pigri. Accettiamo ciò che arriva senza chiederci da dove venga né dove ci porti, e lasciamo che siano altri a decidere del nostro avvenire. Lo stesso accade con il progresso tecnologico. L’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre vite: nel lavoro, nella scuola, nel modo in cui ci informiamo. La usiamo ogni giorno senza farci troppe domande. Non ci chiediamo come funzioni, chi la controlli né quali conseguenze avrà. La subiamo, invece di guidarla.
LA STORIA E LE REAZIONI A CATENA
Tomasi di Lampedusa racconta un’epoca che sembra lontanissima dalla nostra, eppure l’attualità dimostra il contrario. Ogni giorno il telegiornale ci informa su ciò che accade nel mondo, ma ce ne preoccupiamo poco, convinti che molte questioni non ci riguardino. Ogni evento, però, innesca una reazione a catena che prima o poi arriva anche a noi. E ci ricorda che non possiamo mai sentirci al riparo, perché la nostra normalità è in continua trasformazione. Se Tomasi potesse scrivere della nostra società, direbbe forse che anche noi, come il Principe di Salina, dovremmo saperci adattare e andare incontro al progresso a testa alta. Ma adattarsi non significa subire: significa conoscere il passato, capire il presente e scegliere consapevolmente la direzione da dare al futuro.

Smeralda Boniolo




