Mattarella parla di “soggetti inediti”, Crosetto di “guerra ibrida”. Cosa sta accadendo?
Le violenze che “sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”, sulle quali Sergio Mattarella chiede analisi e vigilanza, e la “guerra ibrida” evocata dal ministro della Difesa Guido Crosetto attraverso l’uso dei social. Sono i due richiami, formulati in interventi distinti, sulla natura degli episodi di violenza e sulle difficoltà di interpretarli e contrastarli. “Occorre una analisi intelligente e approfondita e va elaborata una attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti. Condizione, quest’ultima, che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”, ha affermato il Presidente della Repubblica il 19 ottobre a Imperia, intervenendo alla 39ª Assemblea annuale delle Province d’Italia.
Nel discorso, Mattarella ha richiamato la necessità di garantire condizioni di sicurezza per la vita delle comunità, “nelle città e nei borghi, dove ogni violenza è inaccettabile”. Quindi la solidarietà agli agenti: “Alle forze dell’ordine – in particolare ai quasi 200 loro feriti nei giorni scorsi – va la piena solidarietà della comunità nazionale”.
Un’interpretazione esplicita dei fatti di Milano è arrivata da Crosetto, intervenuto al Defense procurement forum a Roma. “I fatti di Milano e di altre parte d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”, ha dichiarato il ministro. Crosetto ha collegato il fenomeno anche alla formazione dei riferimenti culturali dei ragazzi. “Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato a quelle manifestazioni – ha sostenuto – non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione, se sei su dieci le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola”. Una “controeducazione” che, secondo il ministro, avrebbe trasmesso “valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento» in conflitto “con la società in cui viviamo e con le regole democratiche”.
Se il capo dello Stato chiede un’analisi “intelligente e approfondita”, il ministro della Difesa prova invece a indicare se non un ‘responsabile’, almeno una responsabilità: la “controeducazione”. Una controeducazione che però, precisa Crosetto, non viene né dalla scuola né dalla famiglia. Da dove viene, allora? Da chi conduce la “guerra ibrida”, sembra di capire. E con quali fini?
Prima di cercare una regia, però, bisogna evitare una confusione. Le ragioni di una piazza che chiede di essere ascoltata non possono essere oscurate da chi ruba e distrugge senza altro scopo che devastare. Mettere tutto insieme sarebbe un errore grave, e lo sarebbe in entrambe le direzioni. Non si possono assolvere i violenti in nome del disagio, né si possono condannare migliaia di giovani per le vetrine spaccate da qualcun altro. Che sicuramente non hanno una ‘regia ibrida’.
Da una parte, quindi, bisogna dare ascolto e valore alle piazze vere. Sono quelle dei ragazzi che raccontano legittimamente il loro malcontento e che hanno anche proposte e risposte. Le hanno davvero, e varrebbe la pena ascoltarle. Dall’altra, bisognerebbe rendersi conto che l’algoritmo occupa spazi che qualcuno ha lasciato vuoti. Chi ha lasciato quei telefoni nelle mani dei ragazzi per ore, ogni giorno? Quali spazi di incontro, quali luoghi, quali adulti hanno trovato nei loro quartieri? E che cosa chiedevano quando sono scesi in piazza?
Ed è qui che il ragionamento del ministro mostra un limite. Se la colpa è sempre di qualcun altro, di una potenza straniera, di una piattaforma o di un luogo indefinito, allora nessuno qui ha niente da cambiare. Né la politica, né le istituzioni, né noi adulti. Una guerra ibrida, se c’è, attecchisce dove trova un vuoto, e quel vuoto non l’ha scavato un algoritmo da solo. L’hanno scavato anni di quartieri senza luoghi di incontro, di scuole lasciate sole, di salari fermi e affitti che corrono, di ragazzi raccontati più che ascoltati.
L’analisi che chiede il Capo dello Stato comincia da qui, dal guardare anche dentro casa e non solo fuori. Altrimenti la “guerra ibrida” rischia di diventare l’ennesimo alibi: un nemico lontano, comodo da combattere a parole, che ci evita di rispondere alla domanda più scomoda.





