“Nella nostra infanzia c’è il nostro tesoro”, parola di Jovanotti
Alla Festa del Cinema di Roma “Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti”, il documentario di Carlo Zoratti e Dario Zonta girato in sette anni. Il cantautore racconta la sorpresa dei Super8 di famiglia, i genitori “come due pianeti distanti” e la musica come “utopia temporanea”. In sala dal 26 novembre al 2 dicembre.
“Nella nostra infanzia c’è il tesoro, nella nostra infanzia c’è tutto quello che noi faremo dopo”. Lorenzo Cherubini Jovanotti parte dal bambino che è stato per raccontare l’uomo che sta diventando. Lo ha fatto alla Festa del Cinema di Roma, presentando “Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti“, il documentario che Carlo Zoratti e Dario Zonta hanno costruito in sette anni seguendo la sua vita. Il film arriverà nelle sale come evento speciale dal 26 novembre al 2 dicembre, distribuito da Plaion Pictures.
“Io sono la giraffa, voi siete David Attenborough”
Fin dall’inizio, Jovanotti ha chiesto ai registi una cosa precisa: niente controllo da parte sua sul racconto. Per spiegarlo ha usato l’immagine di un documentario naturalistico: “Io sono la giraffa e voi siete David Attenborough. La giraffa non sa di partecipare a un film, è il soggetto del film”. Se fosse intervenuto anche solo in parte, ha spiegato, il film sarebbe diventato “la solita cosa mia”. È l’opposto di come lavora di solito: “Sono il primo che arriva in studio e l’ultimo che va via”. Questa volta, invece, la consegna è stata: “Fate voi”. L’unica condizione riguardava il genere. I documentari sui cantanti, secondo lui, finiscono spesso per essere celebrativi: “Sono degli spot alla fine”. Da qui la richiesta ai registi: “Cerchiamo di non fare quella roba lì, che è facile, la posso fare anche da solo. Cerchiamo di fare un’opera d’arte”, con “un po’ di cinema dentro”. Per questo, ha detto, “non mi sento padre di questo film, mi sento figlio di questo film”.
La sorpresa dei Super8: “Un’onda molto potente”
Jovanotti ha visto il film solo quando una prima versione era pronta, e per una volta si è trovato dall’altra parte: “Ero io il pubblico, perché non sapevo niente di questo film”. Non sapeva nemmeno che i registi avessero ritrovato i Super8 girati dal padre. “Mi è arrivata addosso un’onda molto potente e davvero inaspettata”. Tra le immagini c’era anche un filmato della madre che non aveva mai visto. “Io sono uno che rimuove molto il mio passato, non guardo le mie vecchie foto”, ha ammesso. “Stavolta mi hanno costretto a guardarmelo”. Il film lo ha commosso ma anche turbato, “nel senso migliore del termine, come le opere belle fanno”. Il motivo è che chiude un capitolo: “Ho sentito che quel film metteva un punto, e a me non piacciono i punti. Mi piacciono le virgole, i punti di sospensione”. La visione è arrivata insieme ai suoi sessant’anni. Ha scherzato sulla “fine che incombe”, poi ha precisato subito che si trattava di una battuta: la fine riguarda “un mondo”, una fase della sua vita, e non è la prima volta che la vive. Per lui è un buon segno, perché apre una nuova domanda: “E ora che facciamo? E ora che ci inventiamo?”.
“Dentro di me c’è molto vivo questo ragazzino”
Secondo Jovanotti, il film parla anche a chi non ascolta la sua musica: “Racconta un bambino, alla fine”. Lo ha capito quando ha visto che i registi avevano scelto, senza che lui lo suggerisse, le immagini del Pinocchio di Comencini con Andrea Balestri, suo coetaneo. “Io guardavo quel film come se guardassi me”. Quel bambino, dice, non se n’è mai andato: “C’è dentro di me molto vivo questo ragazzino. A volte sento che sto diventando sempre di più lui”. Dopo gli anni in cui voleva fare l’adulto, oggi descrive il percorso opposto: “Ho iniziato una regressione” verso l’infanzia, “con un corpo da adulto”. Da qui arriva anche la difesa dell’ingenuità, che considera il cuore del suo mestiere: “Il rock and roll è pura ingenuità. Ci piacciono dischi sbagliati, ci piacciono dischi suonati male, canzoni nate così, come un fungo”.
I genitori: “Due pianeti distanti”
Rivedere le immagini di famiglia lo ha riportato al rapporto con il padre e la madre. “Io non sono mai andato in analisi”, racconta, e il film gli ha fatto ripensare, tra le altre cose, ai silenzi della madre. I genitori sono stati insieme tutta la vita, ma lui li ha sempre visti “come due pianeti distanti”. Il padre era irruento, fisicamente simile a lui, sempre con un’opinione da imporre: “Era un uomo di spettacolo, in fondo”, e forse il figlio ha realizzato ciò che a lui non era riuscito. La madre era l’opposto, “un buco nero” che attirava in silenzio la gravità degli altri, con una tenerezza che lui riconosce solo oggi. “Questi due mondi mi hanno formato”. Parlando dei bambini, con cui ha lavorato in alcuni laboratori teatrali mai resi pubblici, li definisce “tutti geni”. Poi arriva l’adolescenza: “È proprio il Vietnam, bisogna sopravvivere e non se ne esce mai senza ferite”. Lui dice di averla saltata: “Sono passato direttamente dall’infanzia a diventare Jovanotti”. Il film, spera, può aiutare il pubblico a fare lo stesso percorso: “Riconnettersi con quel bambino o quella bambina”.
La musica: “Un’utopia nomade”
Sui concerti Jovanotti non ha certezze da offrire, ma un’idea chiara. Quella delle canzoni è “un’utopia temporanea”, anzi “nomade”: dura finché dura la musica, poi la vita torna “coi suoi casini, le sue meraviglie, le sue tragedie”. Sul palco cerca di creare “uno spazio temporaneo autonomo”, qualcosa che forse aiuta il pubblico a ricaricarsi per la vita di tutti i giorni, a scuola o al lavoro. “Non sta a me dirlo”, precisa, rifiutando ruoli che non sente suoi: “Io faccio l’entertainer”. Una cosa lo commuove in particolare: il pubblico che cresce con lui. “Vedere qualcuno che era un ragazzino e stava alla transenna, e adesso torna alla transenna con un bimbo sulle spalle”. Fuori dalle canzoni, ricorda, ha una famiglia e vive da cittadino in un mondo che continua a “sorprenderci, stupirci, sgomentarci”. Il suo corpo gli dice quando è nel posto sbagliato: “Quando io sono a disagio mi viene la febbre. Per questo cerco di stare dove invece sto bene”.





