David Bowie, un mito senza tempo. A settembre il disco delle origini
Il 18 settembre uscirà per Parlophone “David Bowie: The Shel Talmy Recordings“, la raccolta più completa mai pubblicata delle registrazioni realizzate dal giovane David Bowie con il produttore Shel Talmy. L’album è anticipato dall’inedito “I Want Your Love“, su tutte le piattaforme digitali.
Nato David Robert Jones a Londra nel 1947 e scomparso a New York il 10 gennaio 2016, Bowie ha attraversato cinque decenni di musica popolare reinventandosi continuamente, al punto da diventare egli stesso sinonimo di trasformazione artistica. La sua vera rivoluzione non sta tanto in una singola canzone o innovazione tecnica, quanto nell’aver cambiato il modo stesso in cui si può essere una popstar.
Prima di Bowie, gli artisti pop avevano un’identità e la sviluppavano nel tempo. Bowie ha fatto l’opposto: ha trattato la propria identità come un costume da cambiare, creando personaggi con un nome, una storia, un’estetica e persino una voce diversi — e poi li ha uccisi pubblicamente per passare al successivo. Dopo gli esordi londinesi come Davie Jones – documentati proprio nelle registrazioni con Shel Talmy – il successo arriva nel 1969 con “Space Oddity”. Ma è nei primi anni Settanta che Bowie inventa Ziggy Stardust (1972): un alieno androgino rockstar, con la sua band gli Spiders from Mars, presentato nell’album “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”. Bowie annunciò il “ritiro” di Ziggy a sorpresa, dal vivo sul palco, nel 1973. Lo stesso anno arriva Aladdin Sane, spesso descritto come “Ziggy in America”, più frammentato, con il celebre fulmine dipinto sul volto, seguito nel 1974 da “Diamond Dogs” e nel 1975 da “Young Americans”, che gli regala con il singolo “Fame” il primo numero 1 nelle classifiche statunitensi.
Nel 1976 nasce il Thin White Duke: un’estetica gelida, quasi fascista nell’aspetto, riflesso di un periodo personale oscuro tra Los Angeles e cocaina, che accompagna l’album “Station to Station”. Sempre nel 1976 Bowie si trasferisce a Berlino, dove insieme a Brian Eno e Tony Visconti spoglia i personaggi e si reinventa come sperimentatore elettronico nella cosiddetta Trilogia berlinese – “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979) – tra i lavori più sperimentali e citati della sua discografia. Ognuna di queste fasi non era un semplice cambio look: corrispondeva a un genere musicale diverso (glam rock, plastic soul, art-rock, elettronica di matrice kraut), a una band diversa e spesso a un modo diverso di cantare. Nessun altro artista pop aveva mai smontato e ricostruito se stesso con questa frequenza e coerenza concettuale.
Questa continua trasformazione ha contato per almeno quattro ragioni. Primo: Bowie ha normalizzato l’ambiguità di genere nel mainstream. Nel 1972, dichiararsi bisessuale e presentarsi in tv con capelli rossi, tute attillate e trucco pesante non era un vezzo estetico, ma un atto politico in un’epoca in cui l’omosessualità era ancora reato in molti paesi. Per un’intera generazione di adolescenti che si sentivano “diversi” — inclusi molti futuri musicisti queer o semplicemente anticonformisti — Bowie ha dimostrato che si poteva essere strani, ambigui, “altro”, e diventare una star mondiale proprio per questo, non nonostante questo. Secondo: ha trattato l’album come opera totale, dove concept, copertina, coreografia e scenografia del tour dovevano essere coerenti, introducendo nel rock un’idea di arte performativa e multimediale che veniva più dal teatro – studiò mimo con Lindsay Kemp – che dalla tradizione rock. Terzo: ha anticipato per anni intere scene musicali. Il synth-pop e la new wave degli anni Ottanta (Human League, Gary Numan, Duran Duran) nascono in gran parte dalla Trilogia berlinese; il glam metal, il gothic rock, buona parte dell’estetica queer nel pop – da Prince a Lady Gaga – si rifanno esplicitamente a lui.
Tra il 1979 e il 1983 Bowie debutta a Broadway con “The Elephant Man”, pubblica “Scary Monsters (and Super Creeps)” e firma con “Let’s Dance”, prodotto da Nile Rodgers, uno dei suoi album di maggior successo commerciale. A metà degli anni Ottanta forma la band Tin Machine, collabora con la compagnia di danza La La La Human Steps e firma le musiche del film “The Buddha of Suburbia” (1993). Nel 1992 realizza “Jump”, tra i primi CD-ROM interattivi della storia del rock. Il sodalizio con Brian Eno riprende nel 1995 con l’album sperimentale “Outside”, seguito da “Earthling” (1997) e “‘hours…'” (1999); nello stesso anno riceve l’onorificenza francese di Commandeur dans l’Ordre des Arts et des Lettres.
Nel 2002 torna a lavorare con Tony Visconti per “Heathen”, eseguito integralmente nei tour successivi insieme a “Low”; l’anno seguente pubblica “Reality”, lanciato con quello che all’epoca fu il più grande evento interattivo via satellite mai realizzato. Parallelamente alla musica, costruisce una carriera cinematografica di rilievo, con ruoli in “L’uomo che cadde sulla Terra” di Nicolas Roeg (1976), “Furyo” di Nagisa Oshima (1983), “Miriam si sveglia a mezzanotte” di Tony Scott (1983), “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese (1988) e “The Prestige” di Christopher Nolan (2006).
Nel 2007 cura la prima edizione del High Line Festival di New York e riceve il Webby Lifetime Achievement Award per il suo contributo all’incontro tra arte e tecnologia. Nel 2012 Londra gli dedica una targa in Heddon Street, luogo della celebre copertina di “Ziggy Stardust”; l’anno successivo il Victoria and Albert Museum dedica al suo archivio una mostra itinerante che registra record di affluenza tra Londra, Stati Uniti, Berlino e Parigi. L’8 gennaio 2013 Bowie sorprende il mondo pubblicando a sorpresa il singolo “Where Are We Now?” e annunciando “The Next Day”, il suo trentesimo album in studio, il primo dopo un decennio di silenzio discografico. Nel 2015 debutta off-Broadway il musical “Lazarus”, scritto con il drammaturgo Enda Walsh.
L’ultimo atto della sua carriera è forse il più eloquente di tutta la sua parabola artistica: il 28esimo e ultimo album, “★ (Blackstar)”, esce l’8 gennaio 2016, giorno del suo 69esimo compleanno, e si rivela – solo dopo la sua morte, due giorni più tardi – un disco concepito consapevolmente come testamento artistico sulla propria malattia terminale. Accolto da una critica entusiastica, diventa il suo primo disco a raggiungere la vetta delle classifiche statunitensi e vince cinque Grammy Award. Bowie trasforma così persino la propria morte in un’opera concettuale, l’ultima delle sue reinvenzioni: muore il 10 gennaio 2016, circondato dalla famiglia, dopo una malattia affrontata negli ultimi diciotto mesi di vita.
La “rivoluzione Bowie” non è dunque un singolo suono o un singolo disco: è l’idea che un artista pop possa essere un progetto in continua trasformazione invece che un marchio coerente da riconoscere subito. Ha reso l’instabilità dell’identità – di genere, di genere musicale, di personaggio – una forma d’arte accettabile e persino desiderabile, aprendo la strada a decenni di artisti che oggi diamo per scontato possano cambiare pelle a ogni disco.
È proprio in questo percorso di continua reinvenzione che si inserisce, con un salto a ritroso, “The Shel Talmy Recordings”: un ritorno al capitolo zero, a un ventenne ancora chiamato Davie Jones, prima che nascesse “David Bowie” così come lo conosciamo. Bowie e Talmy si conobbero a Denmark Street, all’epoca cuore pulsante dell’editoria musicale britannica. Talmy, già affermato grazie ai successi con Who e Kinks, stava lanciando nuovi progetti in proprio e nel dicembre 1964 mise sotto contratto Bowie insieme ai Manish Boys; l’artista, tuttavia, guardava già oltre, dando vita ai Davie Jones & The Lower Third, con cui realizzò la maggior parte di queste registrazioni. Le session si tennero principalmente ai leggendari IBC Studios di Portland Place a Londra – gli stessi in cui gli Who avrebbero inciso “Tommy” – con un giovane Glyn Johns, futuro collaboratore di Beatles, Rolling Stones e Who, alla console. Alle session parteciparono, come turnisti, Jimmy Page – allora chitarrista freelance prima della fama con Yardbirds e Led Zeppelin – e il pianista Nicky Hopkins, che avrebbe poi lavorato con Rolling Stones, Beatles, Who e Jeff Beck.
“Pensavo davvero che ce l’avrebbe fatta. L’unico peccato è che io e lui eravamo in anticipo sul mercato di circa sei anni”, aveva dichiarato lo stesso Talmy nel 2017, ricordando quella collaborazione. Le note di copertina dell’album sono firmate dal musicista e storico della musica Alec Palao, che invita ad ascoltare queste incisioni non come un abbozzo acerbo della carriera futura di Bowie, ma come testimonianza autonoma e significativa della scena musicale londinese del 1965, di cui l’allora ventenne artista era parte integrante.
Il legame di Bowie con questo periodo sarebbe riemerso anni dopo: nel 1973 l’album “Pin-Ups” – un omaggio dichiarato alle band che lo avevano formato – conteneva quattro brani originariamente prodotti proprio da Talmy, per artisti come Kinks, Who e Easybeats. Tra i brani della nuova raccolta figurano anche “You’ve Got A Habit Of Leaving” e “Baby Loves That Way”, due singoli a cui Bowie restò legato al punto da reincidere entrambi decenni più tardi per l’album “Toy”, pubblicato solo nel 2021.



