Cos’è che non abbiamo capito?
L’illusione del punto di arrivo
Il primo errore, forse, è stato pensare che la storia avesse una direzione, e che quella direzione fosse la nostra. Alla fine del secolo scorso si era fatta strada l’idea che la combinazione di democrazia liberale, mercati aperti e cooperazione internazionale fosse ormai un punto di arrivo, non discutibile. Ovvio. Non abbiamo capito, o abbiamo preferito non vedere, che nessun assetto politico è mai un punto di arrivo. È sempre un equilibrio provvisorio, tenuto in piedi da scelte quotidiane, da istituzioni curate con pazienza, da un certo tipo di cultura civica che va coltivata. Abbiamo trattato la pace come un dato di natura, e non come il risultato fragile e reversibile di decenni di lavoro diplomatico, economico, culturale. E quando un dato di natura viene meno, lo shock è più profondo di quando cede un progetto politico.
Il potere che cambia forma senza cambiare nome
C’è un secondo equivoco, forse ancora più insidioso. Abbiamo continuato a chiamare “democrazia” un sistema che si stava spostando altrove (e non ce ne siamo accorti, di nuovo): verso concentrazioni di ricchezza capaci di orientare l’informazione, la tecnologia, persino l’infrastruttura cognitiva con cui milioni di persone si formano un’opinione. Il potere non ha bisogno di abolire le elezioni per sfuggire al controllo popolare: è sufficiente spostarsi in luoghi che le elezioni non raggiungono — nei consigli di amministrazione, nelle piattaforme che decidono cosa vediamo, nei laboratori che stabiliscono, con settimane o mesi di anticipo, il ritmo del cambiamento tecnologico che tutti gli altri dovranno poi subire.
Non abbiamo capito per tempo che la forma della democrazia può sopravvivere anche quando la sua sostanza si è già spostata altrove. Le urne restano aperte, i rituali restano gli stessi, ma le decisioni che contano davvero vengono sempre più spesso prese da chi risponde ad altro. Magari a u Cda, magari a un oligarca, chissà… sicuramente non a un elettorato che d’altra parte è disinformato e disattento.
La solidarietà? Un lusso
Solidarietà, uguaglianza, rispetto dell’altro: erano valori che pensavamo intoccabili. Invece siamo di fronte a una crisi di civiltà. Una crisi economica si supera con le policy giuste. Una crisi di civiltà si supera solo se la comunità che l’attraversa continua a credere, anche sotto pressione, che l’altro — il vicino, lo straniero, il diverso — resti un soggetto da tutelare e non un problema da gestire. Quando questa convinzione si sgretola, viene meno la capacità collettiva di reagire alle difficoltà senza cedere alla logica del tutti contro tutti.
Sull’orlo, o forse oltre
Che siamo sull’orlo di qualcosa di più grande — una escalation che nessuno pianifica ma che tutti, con le proprie mosse quotidiane, contribuiscono a rendere più probabile — non è più un’ipotesi da addetti ai lavori della geopolitica. È diventata la cornice silenziosa dentro cui si legge ogni notizia, ogni tensione commerciale, ogni corsa tecnologica ridipinta come questione di sicurezza nazionale. Dentro questa cornice si muove l’ansia per il futuro,. E se l’ansia è nostra, pazienza. Ma se è quella dei nostri figli, è devastante.
Non abbiamo forse capito che il tempo per accorgerci di ciò che accade intorno a noi non è infinito. Le civiltà non collassano per un evento improvviso e riconoscibile: si erodono per accumulo di piccole rinunce, di piccoli compromessi con ciò che un tempo si sarebbe considerato inaccettabile. Lo choc che stiamo vivendo, in fondo, non è che il mondo sia cambiato. È accorgerci, tutti insieme e clamorosamente in ritardo, che stava già cambiando da tempo. E che oggi è cambiato.





