Gabriella Zalapì: “L’amore di una figlia va oltre il tradimento. Ma crescere significa imparare a disobbedire”

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Una bambina di otto anni, un padre che la rapisce fuori da scuola a Ginevra e due anni di fuga attraverso l’Italia fino in Sicilia. È la storia al centro de ‘Ilaria o la conquista della disobbedienza‘, romanzo d’esordio di Gabriella Zalapì pubblicato in Italia da Gramma Feltrinelli.

LA TRAMA

La trama prende avvio nel 1980 a Ginevra: Ilaria ha otto anni e aspetta la sorella Ana fuori da scuola. Al suo posto trova il padre Fulvio. Quello che doveva essere un pranzo di due ore diventa una fuga di due anni. “Questo pranzo che doveva durare due ore dura due anni”, ha spiegato Zalapì. “Il padre rapisce Ilaria e incomincia un road trip attraverso l’Italia per finire in Sicilia.”

Il romanzo è scritto in prima persona, con la voce diretta e incarnata di una bambina. Una scelta che è arrivata nel corso del processo di scrittura, non da subito. “Ho iniziato a scrivere questo libro alla terza persona”, ha raccontato l’autrice. “Poi, quando i personaggi hanno raggiunto solidità, ho provato a cambiare e vedere cosa poteva restituire il racconto in prima persona. Lì mi sono resa conto della necessità di adottare la voce di una bambina.”

Il lavoro sulla voce è stato radicale e fisico. “Ho riscritto tutto riducendo il mio vocabolario. Dovevo trovare un modo di entrare nella sua testa, ritrovare delle sensazioni fisiche. Mi sono molto appoggiata sul corpo: un sedile in macchina che quando eravamo piccoli scottava, il fatto di non poter mai mettere i piedi per terra quando si è seduti su una sedia. È stato anche un lavoro di memoria. Ho ascoltato molto i bambini parlare, dovevo capire come passano da una cosa all’altra — parlare del gatto morto e poi dire ‘Ho voglia di un gelato’ — questo modo di saltare da un argomento a un altro senza troppa mediazione.”

UN PADRE, NÈ MOSTRO NÈ EROE

Al centro del libro c’è la relazione tra Ilaria e il padre Fulvio, una figura volutamente sfuggente a qualsiasi etichetta. “Per me era essenziale non fare di questo padre un carnefice”, ha detto Zalapì. “Non volevo che fosse una relazione carnefice-vittima, era assolutamente escluso. L’ho costruito nella complessità, nelle zone grigie, nei punti ciechi. È un uomo ferito, che reagisce come un cavallo pazzo, con le sue fragilità, il suo lato bambino, molto carismatico ma nello stesso tempo maltrattante. Ho voluto comporre questo personaggio mettendoci dentro varie cose, perché penso che siamo tutti composti di cose luminose ma anche di cose più oscure. Dire ‘è un mostro’ sarebbe troppo facile, perché quell’etichetta toglie la responsabilità.”

La bambina, dal canto suo, non è una vittima passiva. All’apparenza docile, Ilaria attraversa un lento processo di emancipazione. “C’è anche il fattore paura”, ha precisato Zalapì. “Lei ha paura di questo padre che beve molto, le cui reazioni non sono mai stabili. E poi c’è la punizione che subisce quando prova a chiamare sua madre — è uno dei momenti più violenti del libro. Da lì in poi questa bambina si chiede se ha il diritto di avere una madre.”

L’ITALIA DEGLI ANNI 80

Sullo sfondo del romanzo c’è un’Italia violenta e vividissima: gli autogrill, le cabine telefoniche, i telegrammi, la strage di Bologna, il tentato assassinio del Papa. Tutti elementi che Zalapì ha ricostruito attraverso ricerche precise oltre che attraverso la memoria. “Ho riletto i giornali, ho guardato quello che succedeva. Mi sono divertita molto perché mi ricordavo un sacco di cose che erano nel fondo della memoria e che appena le nominavi procuravano subito un’immagine.”

Particolare attenzione è stata dedicata alla storia degli autogrill e delle autostrade italiane. “L’autogrill per Ilaria è il mondo esterno, è la possibilità di respirare, di vedere gente — il mondo opposto a quello molto chiuso della macchina.”

La musica ha un ruolo strutturale nel libro. “Le canzoni le ho scelte come dei pins, era un modo di fare riferimento anche ai testi, a quello che racconta la canzone. Come una temperatura, un modo di dare una temperatura a una scena.” Tra i brani scelti, l’Appuntamento di Ornella Vanoni: “C’è sempre l’inizio, la ricerca, il non trovare.”

LA GIUSTA DISTANZA TRA AUTOBIOGRAFIA E FICTION

Il romanzo ha radici autobiografiche, un dato che Zalapì ha affrontato con misura. “La cosa difficile è stata trovare la giusta distanza. Il primo lavoro di scrivere alla terza persona era un modo di installarla, di creare da ricordi dei personaggi di finzione.” Sulla questione dell’autofiction e dell’autenticità come valore percepito nell’editoria contemporanea, Zalapì ha preso le distanze da qualsiasi certezza. “Il rapporto al reale è sempre fiction. Il rapporto all’infanzia è sempre fiction. Come ci raccontiamo la nostra infanzia a 15 anni, come ce la raccontiamo a 25, a 35, è un’altra storia ancora. Non so più cosa vuol dire il valore dell’autenticità.”

L’ITALIANO: “UNA LINGUA CHE HO NELLO STOMACO”

Il libro è stato scritto in francese e tradotto in italiano da Elena Cappellini. Per Zalapì, che padroneggia l’italiano, la versione nella lingua in cui si svolge la storia ha avuto un peso particolare. “Il francese ha partecipato alla distanza che cercavo. Leggere Ilaria in italiano è stato un momento molto forte: l’italiano per me è una lingua che ho qui nel mio stomaco, il francese nel mio head.” La traduttrice ha dovuto risolvere anche un problema tecnico non banale: nel romanzo originale in francese compaiono molte frasi in italiano. “Lei ha trovato come tradurre l’italiano all’interno dell’italiano — è stata bravissima, geniale.”

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