La vocal coach: “Ragazzi imparate a dire anche no! Sogno un duetto Malika e Arisa”

Onstage

Darsi tempo, cercare la propria identità musicale, dire ‘no’, se il progetto è sbagliato, imparare la tecnica per non rovinare la voce. Silvia Chiminelli, vocal coach con oltre 38 di esperienza e una lunga vita professionale legata al Coro del Teatro alla Scala, a tutto campo con Il Mohicano.

Partiamo da un equivoco “classico” della didattica per arrivare molto più lontano.

“Perché continuano a insegnare che la respirazione è un palloncino che si gonfia nella pancia?”. E’ la domanda iniziale, sollecitata anche nel suo nuovo libro: ‘UnMastered Voice: Verità e assurdità dal mondo del Vocal Coaching‘ (lo trovate su Amazon!). Il quesito, apparentemente semplice, apre in realtà un tema enorme: il modo in cui si parla di voce, di tecnica, di salute e – alla fine – di identità.

Silvia Chiminelli

IL PALLONCINO NELLA PANCIA

Chiminelli racconta che quell’immagine – la pancia che si gonfia come un palloncino – la sentiva già quando studiava conservatorio, “più di quarant’anni fa” a Bergamo. E ricorda il momento in cui, grazie alla sua famiglia di musicisti e soprattutto al padre “molto specializzato nella voce”, quella spiegazione le è sembrata improvvisamente insostenibile. Il punto, dice, è fisico prima ancora che artistico: l’aria entra nei polmoni e sono i polmoni a espandere la gabbia toracica. Le costole sono “fluttuanti” proprio per consentire quell’espansione. I polmoni, banalmente, “non sono nella pancia”.

Da dove nasce allora l’equivoco? Chiminelli avanza un’ipotesi: molti si rifanno alla respirazione “naturale” del neonato. Il bambino, supino, sembra muovere la pancia. Ma quel movimento non è – spiega – un comando volontario dei muscoli addominali: è un effetto dell’espansione toracica che, inevitabilmente, si traduce anche in un movimento visibile dell’addome. La differenza è decisiva: finché è un effetto, è naturale; quando diventa uno “sforzo muscolare” cercato e imposto, cambia tutto.

E qui arriva l’aspetto più pratico e più pericoloso: lo sforzo addominale, nel canto, tende a chiudere la glottide. Tradotto: si finisce a far passare la voce attraverso una “porta” irrigidita. Il suono esce, sì, ma esce contro resistenza. E quella resistenza, oltre a peggiorare l’emissione, apre la strada a tensioni e danni.

IL PARADOSSO DEL CORPO ‘CHE FA IL SUO LAVORO’

Per rendere la cosa evidente, la vocal coach e usa un’immagine quotidiana: la fatica fisica. Se si prova ad alzare un peso impegnativo, il corpo trattiene energia e, automaticamente, blocca la glottide. È un meccanismo di protezione, un modo per “tenere dentro” e poter spingere. Se invece si ride, la glottide si sblocca e quella forza si perde: il peso “ti cade”. Non è un giudizio morale (bravo/cattivo), è proprio fisiologia.

Il problema, nel canto, è che molti cercano il controllo proprio attraverso lo sforzo, senza accorgersi che lo sforzo mette in moto quel meccanismo automatico. “Ogni sforzo tende la glottide”: dunque, se si canta con sforzo, la voce nasce già in un ambiente di tensione.

Per questo la sua idea di “sostegno” non coincide con una tenuta muscolare dura. Chiminelli lo spiega con un paragone netto: l’apnea. Quando ci si butta sott’acqua, per istinto di sopravvivenza si mantengono le costole aperte; ma quella tenuta è rilassata, non è contrazione: se ci si “sforza”, si consuma ossigeno più in fretta. Il canto – nella sua visione – deve ritrovare quella logica: controllo sì, ma dentro un quadro di naturalità.

E qui entra una parola che torna più volte: identità. La voce naturale non è solo un tema tecnico: è il modo in cui un individuo “è” nel mondo. Quando si parla, la voce si usa in modo naturale e la voce, nel bene e nel male, porta un’identità. Cantare in modo naturale, dunque, non è soltanto “cantare meglio”: è far emergere ciò che rende una voce riconoscibile.

INSEGNARE CANTO UNA RESPONSAILITA’

Il discorso, a questo punto, esce dalla fisiologia e entra nella professione. Chiminelli racconta un episodio che le è rimasto addosso: “quando entrai nel Coro della Scala nell’87, i colleghi più anziani mi dissero che insegnare canto è una responsabilità enorme e che ‘voi giovani non dovreste neanche permettervelo con leggerezza’”. Lei stessa ammette che allora non pensava nemmeno a insegnare; ma quella frase si è sedimentata.

Il motivo è semplice: chi insegna canto “mette le mani” sulla fisicità e sulla vita di una persona. Insegnare lo sforzo può danneggiare le corde vocali. E non c’è solo il danno fisico: la voce è anche parola, comunicazione, relazione. Se un percorso sbagliato compromette la voce, l’impatto non resta chiuso nel perimetro “artistico”: tocca la persona.

Oggi “chiunque può insegnare canto”. Su quale base? Chi controlla? Nessuno. E quando un allievo perde anni, soldi, fiducia – e magari si porta dietro anche un danno alle corde vocali – chi lo risarcisce? Nessuno.

La proposta è istituzionalizzare. Scuole professionali, percorsi seri, competenze obbligatorie. Non basta “saper cantare”. Serve una formazione che includa almeno musica, anatomia, foniatria, psicologia, perché davanti c’è “materiale umano”: la voce è “specchio dell’anima”, condizionata da aspetti mentali. E senza un quadro istituzionale è impossibile persino stabilire un metodo condiviso: “sulla base di cosa formi gli insegnanti, se non c’è nulla di istituzionalizzato?”

In questa critica rientra anche il tema dei tutorial: non le lezioni online in sé (Chiminelli le fa), ma l’idea di insegnare “a distanza” senza conoscere la persona, senza vederla, senza poter verificare come applica le indicazioni. Un tutorial, per definizione, non può sapere chi lo sta seguendo e come lo sta interpretando.

Silvia Chiminelli

MERCATO, MODE E QUEI ‘NO’ NECESSARI

L’attualità ci porta inevitabilmente sul terreno della musica dei giovani, della pressione dell’industria, il rischio di prodotti costruiti “a tavolino”. Chiminelli non fa prediche e non idealizza il passato, ma chiarisce un punto: molta musica è condizionata da dove il mercato la vuole portare. La trap, dice, “sta svanendo” (almeno in Italia); il rap, per come è stato importato e indirizzato, è spesso più una forma di spinta industriale che una tradizione culturale del Paese. Ma soprattutto, al di là dei generi, torna l’idea che ciò che resta è la melodia.

Chiminelli insiste sul “potere vocativo” della musica: una melodia può richiamare un luogo, un tempo, un’esperienza anche dopo decenni. È un potere che non dipende dalla moda. Per questo, quando parla di durata, torna sempre alla stessa radice: identità. Senza identità si dura poco. Con identità – dice – si può attraversare il tempo, anche cambiando.

È in questo punto che racconta un episodio significativo: un rapper molto famoso, poi sparito, che le avrebbe confidato di essersi ritirato perché l’industria stava costruendo di lui “ciò che non è”, solo a scopo commerciale. Ha scelto di perdere notorietà e rifarsi una vita altrove. Il messaggio che l’insegnante ne trae per i suoi allievi è semplice e severo: bisogna avere il coraggio del “no”. Arrivare a un produttore con un “pacchetto” già chiaro, con inediti che mettono in luce la propria identità, e far valere un principio: prendere o lasciare.

IL CORO E UN VUOTO DA COLMARE

Tra i passaggi più interessanti del racconto di Chiminelli quelli che insiste sul tema del coro. Lei ha cantato in coro dall’infanzia: voci bianche con il padre, coro madrigalistico, poi il Coro della Scala, dove entra con concorso nell’87 . E ribalta un luogo comune: cantare in coro non è la cosa più facile; è, spesso, la più difficile.

Perché? Primo: se non hai tecnica, in coro sei tentato di “spingere” per sentirti tra gli altri, e ti rovini. Secondo: il coro ti obbliga a repertori diversissimi. Il solista sceglie, il corista no. In un’istituzione come la Scala si attraversa tutto: da Beethoven a Handel, da Verdi al barocco. Una voce piccola deve reggere repertori più “pesanti”, una voce grande deve adattarsi a scritture più sottili. È pressione costante, che richiede controllo e intelligenza vocale.

Da questa esperienza nasce un’idea: in Italia esistono molti cori amatoriali, ma “non esiste un coro pop professionale”. Chiminelli decide di crearlo. Fa audizioni, mette insieme una formazione di giovani tra i 16 e i 30-32 anni, integrazioni, ricerca di voci maschili. L’obiettivo non è solo fare performance: è formazione. In coro si impara ad ascoltare, a dialogare, ad armonizzare. E la disciplina dell’ensemble diventa un’educazione musicale, non una semplice somma di voci.

Il coro prova a Milano, il lunedì sera. E’ OltreVoce Urban Choir,  che si avvale della direzione del M° Fabio Gangi.

Il debutto lo scorso dicembre al Teatro Dal Verme, con l’orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali, dove gli allievi fanno esperienza con appuntamenti regolari e sale piene. Ma l’orizzonte si allarga ancora: la vocal coach racconta un viaggio in Uganda con un’ONG, Jack Fruit, impegnata con bambini orfani. Tornata in Italia, decide di coinvolgere colleghi della Scala per organizzare eventi di raccolta fondi. L’idea artistica è coerente con il suo discorso: far dialogare mondi. Nel programma immagina, per esempio, The Mission di Morricone, con l’intreccio tra coro lirico e coro pop ritmato: due linguaggi diversi, un unico impatto emotivo.

MALIKA, ARISA … ED ERMAL META

Chiminelli dice di essere “per un Sanremo aperto ai giovani”: lo considera una vetrina per il futuro. E quando parla di voci che la convincono, cita Malika Ayane (con cui ha lavorato dal punto di vista vocale e artistico), Arisa (preparata per ‘La notte’) ed Ermal Meta. La chiave, ancora una volta, è la verità timbrica: voci che arrivano perché riconoscibili, diverse, piene di armonici, capaci di lasciare una traccia che “resta nella storia”.

E chiude con un’immagine quasi da sogno – letteralmente: racconta di aver sognato Malika e Arisa che cantano insieme, perché hanno “colori opposti ma complementari”.

Ascoltalo dalle sue parole:

 

 

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