Ghali e Bad Bunny. Due artisti, due palcoscenici, due messaggi politici diversi
Cosa hanno in comune il nostro Ghali ed il portoricano Bad Bunny?
Poco o nulla, almeno all’apparenza. Nati a decine di migliaia di chilometri di distanza, sembra che solo il genere – e non quello musicale – possa avvicinarli.
Eppure, di recente, sono entrambi sotto i riflettori per essere i contestatori dell’establishment. E se del “bad boy”, almeno nell’americano è possibile scorgere già un primo tratto nel nome, nel caso dell’italo-tunisino Ghali, bisogna indagare rispetto alla percezione che di lui, almeno nelle occasioni pubbliche, si è provato a dare.
Due artisti, due palcoscenici, due messaggi politici diversi
Bad Bunny, già pluripremiato artista, si è preso il centro della scena mondiale con il suo Super Bowl LX Halftime Show 2026. Con una performance, quasi totalmente in spagnolo, ha celebrato la cultura latino-americana, reinterpretando l’idea di “America” includendone tutto il continente e chiudendo con il messaggio, potentissimo, “The only thing more powerful than hate is love”.
Cultura, ritmo e orgoglio identitario, condensati in 13 minuti di show ed un linguaggio che non rimane indifferente nei confronti delle politiche sull’immigrazione portate avanti dall’amministrazione Trump.
Ghali, rapper milanese di origini tunisine, ha vissuto negli ultimi mesi una traiettoria diversa ma altrettanto controversa: già al Festival di Sanremo 2024 si era distinto per un commento sulla guerra in Gaza, parlando pubblicamente di “genocidio” e generando forti reazioni. La sua partecipazione alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 è stata accolta con polemiche a causa del suo attivismo passato. Sul palco, Ghali ha recitato una poesia di Gianni Rodari, con un approccio artistico meno “pop” e più riflessivo.
E, a chi gli ha fatto notare che il tema della cerimonia ufficiale fosse “Armonia”, Ghali ha laconicamente commentato di averne percepita davvero poca.





