Travolse il ladro col suv. Cosa trasforma una vittima in carnefice?
Diciotto anni di reclusione per omicidio volontario, da scontare in detenzione domiciliare. Si chiude così, in primo grado, il processo a Cinzia Dal Pino, l’imprenditrice balneare viareggina di 65 anni che la notte dell’8 settembre 2024 inseguì e travolse ripetutamente con il proprio suv Noureddine Mezgui, detto Said, il cittadino marocchino che pochi istanti prima le aveva strappato la borsa. La Corte d’Assise di Lucca si è riunita in camera di consiglio giovedì mattina, dopo la rinuncia alle repliche da parte della pm Sara Polino, che aveva chiesto l’ergastolo. I giudici, presieduti da Nidia Genovese, hanno riconosciuto l’omicidio volontario ma senza aggravanti e con le attenuanti generiche: è caduta in particolare l’aggravante della crudeltà.
DUE MINUTI RIPRESI DALLE TELECAMERE
La dinamica è cristallizzata nelle immagini di videosorveglianza divenute il cuore del dibattimento. Dopo una cena con amici, Dal Pino venne derubata mentre saliva in auto; con la borsa in mano Mezgui si incamminò verso il mare, seguito dal suv. In circa due minuti si consumò tutto: la donna puntò l’uomo col cofano e avanzò quattro volte contro il suo corpo, poi scese, recuperò la borsa, risalì in auto e tornò a casa, dopo averlo schiacciato contro una vetrina e contro i piloni di un edificio. Mezgui morì poco dopo all’ospedale Versilia per una lesione dell’aorta addominale con emorragia interna.
LE TESI IN AULA
La procura ha sostenuto che la donna abbia agito consapevolmente, trasformando l’inseguimento in una forma di giustizia privata, senza prestare soccorso alla vittima; l’imputata ha sempre negato l’intenzione di uccidere, sostenendo di aver voluto solo fermare l’uomo per recuperare la borsa. Per la difesa, Dal Pino avrebbe agito in preda al panico e alla paura; i legali avevano chiesto la derubricazione in eccesso colposo di legittima difesa o, in subordine, in omicidio preterintenzionale. La perizia psichiatrica disposta dal tribunale ha però escluso qualsiasi vizio di mente.
Ora si profila un secondo round: la difesa attende le motivazioni ma l’avvocato Marzaduri ritiene probabile l’appello, mentre le parti civili hanno già annunciato ricorso, pur rivendicando che la tesi dell’omicidio volontario “ha retto”.
COSA PORTA A TANTA BRUTALITA’
Resta la domanda: come può una sessantacinquenne incensurata, imprenditrice stimata, trasformarsi in pochi secondi in chi uccide per una borsetta? Esclusa per via peritale la strada della patologia, le chiavi di lettura proposte da studiosi e osservatori si concentrano su tre piani.
Il primo è quello della rabbia come “corto circuito” tra torto subito e risposta. La vendetta a caldo – osservano i criminologi che hanno commentato il caso – scatta quando la vittima percepisce non solo un danno materiale ma un’umiliazione, e l’aggressore in fuga diventa il bersaglio su cui ristabilire un controllo perduto. L’auto, in questo schema, abbassa la soglia inibitoria: chi è al volante è fisicamente separato dalla vittima, non ne tocca il corpo, e il mezzo amplifica una forza che a mani nude non avrebbe.
Il secondo piano è sociale: l’esasperazione percepita verso degrado e microcriminalità. Già all’indomani dei fatti, parte della politica locale parlava di cittadini “lasciati soli” di fronte a troppi episodi di microcriminalità, un clima in cui la sfiducia nella risposta dello Stato può alimentare la tentazione della scorciatoia. Eppure, nota chi ha analizzato il caso, quella sera la donna aveva anche chiamato la polizia per denunciare il furto, prima di decidere di farsi giustizia da sola.
Il terzo piano riguarda il contesto culturale che quella brutalità l’ha applaudita. Sui social l’episodio scatenò reazioni di fuoco, tra chi la definiva “la nostra eroina” e chi invitava a riflettere sull’effetto far west. Il sociologo Vincenzo Scalia dell’Università di Firenze ha paragonato la rabbia collettiva online a una riedizione virtuale dei linciaggi, segnale di un’esasperazione del cittadino comune che rende la giustizia fai da te “pericolosissima”, e ha indicato la strada nella ricostruzione del tessuto sociale, contro una frammentazione che spinge a reazioni eccessive e irrazionali.
È in questa saldatura – rabbia individuale, percezione di insicurezza, legittimazione collettiva della rappresaglia – che molti osservatori collocano la risposta alla domanda iniziale. La sentenza di Lucca, riconoscendo la volontarietà ma concedendo le attenuanti, fotografa l’ambivalenza con cui anche il diritto guarda a chi era vittima ed è diventata carnefice.





