Rischio e passione: la tensione che tiene vivi
(di Margherita Elli, psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico)
La tragedia delle Maldive ha colpito tutta la comunità subacquea che custodisce e condivide il segreto di quell’esperienza straordinaria che sono le immersioni. Nell’ascoltare quell’elenco di nomi, molti hanno temuto di riconoscere un amico o un conoscente, ciò che si attiva è un’identificazione profonda per cui non solo “potevo essere io” ma “una parte di me era lì, sott’acqua con loro, in quello stesso spazio mentale che conosco e in quell’esperienza che condividiamo”.
Chi ama il mare, la montagna, il volo, i motori lo sa: queste come altre passioni pescano in una parte primitiva, ludica e infantile della personalità, una dimensione in cui entra in gioco qualcosa di incredibilmente autentico e genuino ma non per questo ingenuo.
Il sapere dell’adulto e la consapevolezza dei rischi rendono necessario un lavoro psichico continuo, una specie di patto con sé stessi: una tensione tra il lasciarsi andare, il regredire al sensoriale, all’emotivo e il mantenere alti livelli di attenzione e controllo di tutte le variabili che possono rendere possibile godere della propria passione, gestendo i rischi reali e gli imprevisti connessi all’ambiente.
Ma perché certe passioni, che comportano un rischio reale, sono anche tra le esperienze più vive e formative che un essere umano possa fare? Perché alcuni cercano il margine e cosa promette psichicamente il confronto con il limite?
Nella subacquea, come in poche altre attività, convivono un fronte primario regressivo sensoriale, con un fronte tecnico severo e disciplinato. Si crea uno spazio in cui coesistono abbandono del Sé e controllo dell’Io in una tensione che normalmente la vita ordinaria non permette ed è proprio questa tensione a rendere l’esperienza unica e trasformativa.
Il silenzio, la sospensione del peso corporeo, la perdita dei confini netti tra sé e l’ambiente circostante, il ritmo ipnotico del respiro, il rumore delle bolle, il gesto come unica possibilità di comunicazione: sono tutte condizioni che evocano stati precoci dell’esperienza umana. Un holding environment: il mare che contiene, il mare che si plasma con il corpo, la mente che torna ad uno stato sensoriale, associativo.
E tuttavia quella stessa mente deve simultaneamente lavorare con una precisione quasi ingegneristica: controllo dei parametri, lettura dell’ambiente, gestione dell’attrezzatura e dell’imprevisto. Il severo regolatore e l’infantile primitivo – il Super-Io e l’Es freudiani – non si contrappongono in modo antitetico ma co-costruiscono insieme qualcosa di straordinario ed è questa tensione, rara e preziosa, a rendere l’esperienza trasformativa, non “nonostante il rischio”, ma anche attraverso di esso.
Le passioni sono tra le forme più nobili di sublimazione. L’energia legata al rischio e alle pulsioni distruttive viene trasformata in esperienza vitale, estetica e conoscitiva, così la vita prevale sulla dissoluzione e il desiderio di perdersi viene convertito in esplorazione: l’attrazione del limite diventa coscienza, controllo e intensificazione della propria esistenza.
Eppure la cultura contemporanea sembra aver dimenticato che l’esperienza del limite, vissuta con consapevolezza, forma e arricchisce chi l’attraversa: affidarsi al corpo, misurare il rischio, stare nell’incertezza sono esperienze fondanti e costitutive per la personalità.
Ma quindi chi è davvero più a rischio psichicamente?
La cultura contemporanea ha costruito un’ideologia del “rischio zero”. Famiglia, scuola, hanno limitato o talvolta privato i ragazzi di esperienze corporee fondamentali in nome di una sicurezza che è anche – e a volte soprattutto- la sicurezza degli adulti stessi che tengono i ragazzi al chiuso, lontano dai cortili, dai boschi, dall’acqua… ma il ragazzo che non cade non impara né la caduta né la ripresa!
Un ragazzo che non ha mai fatto esperienza del proprio corpo nell’ambiente, che non ha mai misurato il rischio con le proprie mani, non sviluppa né la fiducia in sé né la familiarità con l’imprevisto, rischia piuttosto di andare incontro a qualcosa che assomiglia alla pulsione di morte nel senso freudiano del termine: la tendenza all’annullamento, all’appiattimento dell’esperienza.
Il paradosso, che gli esperti di adolescenza continuano a porre in evidenza, è che in nome di una sicurezza biologica dei ragazzi si rischia una sorta di morte psichica silenziosa e socialmente approvata. Trasmettere una passione che comporta un rischio reale è un modo per dire qualcosa di diverso e fondamentale ai ragazzi: il mondo è pericoloso e meraviglioso allo stesso tempo e tu puoi imparare ad attraversarlo, a farne esperienza, prendendone parte con lucidità e incanto.





