Il filo a cui è appesa la vita dei nostri figli

Last Updated: 18 Luglio 2026By Tags: ,

Onstage

Mia figlia ama i cavalli, ama l’agonismo a cavallo. Ho usato ogni mia forza lusingatoria e coercitiva per distoglierla (chi ci conosce, sa di che parlo). Ma, ovviamente, a nulla è servito. E va bene così. Ho condiviso ogni frammento della sua scelta, solo perché sua.

Da allora non dormo bene. Non dormo bene da anni, a dire il vero. Ci sono notti in cui gli incubi arrivano puntuali: la caduta, il salto sbagliato, gli zoccoli che schiacciano, il tutto e il nulla che può succedere in una frazione di secondo.

Penso che ci siano tante madri come me. Lo so. Le madri dei ragazzi che corrono in moto, quelle dei ragazzi che sfrecciano in bici lungo un tornante, le madri di chi vola, di chi si tuffa, di chi scala le vette. Siamo un esercito silenzioso di donne, e di papà certamente, che hanno imparato a convivere con la paura. Percepiamo la vita dei nostri figli appesa a un filo, e abbiamo deciso — ognuna a modo suo — che quel filo vale la pena di essere lasciato teso. 

Non so come reagirei, né ci voglio pensare – eppure ci penso sempre – se un giorno il telefono dovesse squillare per la notizia che temo.  E poi succede una cosa come quella di Alice. Ma potrei dire anche Costanza, Sofia… notti di nuovi inizi che si trasformano in qualcosa di drammaticamente diverso. Incubi dai quali non ti puoi risvegliare.

Alice Ferrari aveva undici anni. Andava a cavallo da quando ne aveva sei, sognava di diventare amazzone (già lo era) faceva parte della Pre-Academy Jumping Lombardia. Era, in tutto e per tutto, parte di una di quelle famiglie che ogni weekend caricano il baule in macchina o mettono il cassone sul van, che vivono di gare, di salti, di quella tensione bellissima e terribile che è vedere tua figlia in sella. Ma Alice non è morta a cavallo. È successo in una piscina, in vacanza, per un bocchettone di aspirazione che le ha intrappolato i capelli mentre faceva l’ultimo bagno prima di tornare a casa. È morta per qualcosa di totalmente imprevisto, qualcosa che non era nella lista delle nostre paure.

Non scrivo questo per convincermi a togliere mia figlia da cavallo. So già che non lo farò, e in fondo lo sa anche lei. Lo scrivo perché la storia di Alice mi ha ricordato una cosa che, da madre di un’amazzone, dovrei già sapere: che il controllo che pensiamo di avere sulla vita dei nostri figli è un’illusione necessaria, qualcosa che ci costruiamo per riuscire a lasciarli vivere. Temiamo il salto, la caduta. Ma forse dovremmo semplicemente accettare che il pericolo, quello vero, non ha una forma fissa. Certamente non lo accetteremo mai.

Quello che resta, allora, non è la certezza di poter proteggere i nostri figli da tutto. Non possiamo. Quello che resta è la scelta di lasciarli vivere comunque, di lasciare scegliere a loro la danza o il cavallo, la bicicletta o il mare, sapendo che nessuna precauzione basterà mai a spegnere del tutto la paura.

Cari genitori, per il nulla che conta, il vostro dolore è anche un po’ nostro. E ve ne chiediamo scusa. Ma vi resti almeno il nostro forte e infinito abbraccio.

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