Meno psicologi, più disagio: l’allarme di Mauro Grimoldi
In Italia cresce la domanda di supporto psicologico, soprattutto tra i più giovani, mentre la professione rischia di perdere pezzi. È il paradosso che Mauro Grimoldi, psicologo e consigliere del Consiglio di Indirizzo Generale dell’ENPAP (l’Ente nazionale di previdenza ed assistenza per gli psicologi), descrive con preoccupazione. “Molti colleghi mi dicono che, se questa riforma andrà avanti, dovranno smettere di esercitare”, racconta a Il Mohicano. Il disagio è profondo e non riguarda solo i professionisti ma l’intero sistema di tutela della salute mentale. La considerazione ruota intorno alla proposta di aumento dell’aliquota previdenziale obbligatoria, un provvedimento che Grimoldi definisce “anacronistico” e “ideologico”, capace di mettere in difficoltà una categoria già fragile. “Il reddito medio di uno psicologo è di 28 mila euro lordi l’anno. È una delle professioni più povere d’Italia”, ricorda. In questo scenario, imporre un incremento contributivo significherebbe costringere migliaia di professionisti a scegliere tra indebitarsi, lavorare in nero “per necessità” o abbandonare la professione.
UNA RIFORMA FUORI TEMPO MASSIMO
Grimoldi ripercorre la storia della previdenza della categoria, ricordando come le pensioni irrisorie dei primi anni dopo la riforma Dini fossero il risultato di montanti contributivi minimi, accumulati in pochi anni di attività. “Oggi non è più così. Chi va in pensione ha alle spalle trent’anni di contributi. La situazione drammatica di allora non esiste più”. Per questo, sostiene, l’intervento non risponde a un’urgenza reale. La categoria, infatti, si è già espressa con chiarezza: la prima raccolta firme lanciata da Grimoldi ha superato le 4.000 adesioni, più degli stessi voti che hanno eletto i componenti del Consiglio di Indirizzo.”È evidente che gli psicologi non vogliono questa riforma. Eppure qualcuno insiste per andare avanti”. A questo punto la domanda è: cui prodest?. Il sospetto, mai esplicitato ma evocato, è che l’afflusso di nuovi capitali — circa 20 milioni di euro l’anno — possa risultare appetibile per chi gestisce i fondi. “Non ho ricevuto risposte chiare sullemissioni di gestione. Ma è evidente che qualcuno potrebbe trarne vantaggio”, afferma.
IL RISCHIO DI UNA PROFESSIONE PIU’ POVERA E MENO ACCESSIBILE
L’aumento dei contributi, spiega Grimoldi, colpirebbe soprattutto i professionisti con redditi più bassi, che rappresentano la maggioranza. “Tra IRPEF, IVA e un contributo previdenziale al 20%, per molti la situazione diventerebbe insostenibile”. Ma anche chi guadagna di più si troverebbe costretto a rivedere scelte di vita e piani previdenziali costruiti negli anni. Il risultato? Una contrazione del numero di psicologi attivi, proprio mentre la domanda cresce. “È un mezzo disastro”, sintetizza. E non solo per la categoria: per le famiglie, per i ragazzi, per le scuole, per i servizi pubblici già in affanno. Il bonus psicologo, introdotto negli ultimi anni, si è rivelato largamente insufficiente. Le richieste hanno superato di molte volte le disponibilità. E manca ancora una legge nazionale sulla psicologia scolastica, presente invece in quasi tutti i Paesi europei.
TRA DEPROFESSIONALIZZAZIONE E CONCORRENZA IMPROPRIA
A complicare il quadro c’è un altro fenomeno: la proliferazione di figure non regolamentate che offrono servizi di sostegno psicologico senza una formazione scientifica certificata. “Il rischio è tornare a un’epoca pre-1989, prima della legge che ha istituito la professione. Una deprofessionalizzazione che mette a rischio la tutela della salute dei cittadini”. Se gli psicologi dovessero davvero diminuire, se diventassero più poveri o costretti a lavorare in nero, il terreno si aprirebbe ulteriormente a pratiche non controllate. “Un cortocircuito che colpisce soprattutto i più vulnerabili: i giovani, le famiglie con redditi bassi, chi avrebbe più bisogno di un supporto competente”.
L’ITER
Il 23 del mese è previsto il primo passaggio formale della delibera. Grimoldi e il gruppo di professionisti che si oppongono alla riforma continueranno con la raccolta firme, la comunicazione pubblica e i contatti istituzionali. “Se non ci sarà un cambio di rotta, il livello dello scontro interno si alzerà”, anticipa. “Non si può chiedere a una professione giovane, già sotto pressione, di farsi carico di un peso insostenibile”, conclude Grimoldi. “Il rischio è perdere competenze preziose proprio quando servono di più”.





