Tra università e professione, lo spazio mancante: la scommessa di SOS School of Sustainability
Nata nel 2015 per rispondere a un bisogno concreto – quello di una formazione avanzata, capace di accompagnare giovani professionisti e neolaureati nel passaggio tra studio e pratica – SOS School of Sustainability è cresciuta nel tempo fino a diventare una Fondazione. Un progetto condiviso da Mario Cucinella Architects e Iris Ceramica, uniti dall’idea che la sostenibilità non possa essere affrontata come una disciplina settoriale, ma come un campo di ricerca aperto, trasversale, profondamente legato alle trasformazioni ambientali, sociali e culturali del nostro tempo.
(Photo credits: Bianca Cimini)

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“Sono anche dieci anni che abbiamo dato inizio a un’avventura – racconta Cucinella negli spazi della Fondazione Rovati, in corso Venezia a Milano, per la quale ha realizzato l’intervento di recupero architettonico dello storico palazzo ottocentesco – con una precisa volontà: rispondere alla medesima domanda che ci veniva ovunque riproposta dai più giovani:
“Ma dove posso imparare queste cose? Come posso capire qualcosa di più sulla sostenibilità?”.
È da lì che prende forma un’idea che, col tempo, si trasforma in responsabilità. “Dopo tanti anni di lavoro restituire conoscenza ci è sembrata la legacy più importante di questo mestiere. È un mestiere complesso, difficile, che però accumula enormi quantità di sapere. Tenersele per sé non aveva senso”. La scuola, fin dall’inizio, rifiuta un’impostazione verticale. Non è un luogo in cui qualcuno insegna e qualcun altro apprende passivamente.
Quando parli di futuro devi stare molto attento: il futuro che vedo io non è lo stesso che vede un ragazzo di venticinque anni. Sono due futuri diversi”.
È proprio in questa distanza generazionale che il progetto trova la sua ragion d’essere: uno spazio di incontro, non di trasmissione unidirezionale. Chi restituisce conoscenza incontra chi restituisce una visione. E questo scambio, senza gerarchie rigide, è forse la forma più matura di educazione”. Dialogo diventa così la parola chiave.

“Viviamo in un’epoca in cui si parla moltissimo e si ascolta pochissimo. Senza ascolto non c’è progresso”.
Da qui nasce anche una scelta netta: non essere Accademia. “L’Accademia è un altro mestiere, e lo fanno quelli che lo sanno fare. Noi no. Ma esiste un vuoto enorme tra la fine dell’università e l’inizio della professione”.
Quel vuoto è un tempo sospeso, spesso trascurato. Non sei più studente, ma non sei ancora professionista. “E cosa sei? È una bella domanda”. È proprio in quel momento fragile che una formazione mirata può fare la differenza. Non una formazione generica, ma concentrata su temi specifici, tecnici, concreti. “Questo è un mestiere che richiede strumenti. Io lo dico sempre: sono un boomer, ho iniziato con un tecnigrafo e un pennarello. Punto. Oggi, chi apre uno studio deve partire da una base di conoscenze digitali e tecniche molto più alta”.
Il talento resta centrale, ma non è sufficiente.

“Il talento non lo compri: o ce l’hai o non ce l’hai. Ma senza conoscenza tecnica non vai lontano”.
E quella conoscenza è inscritta in un contesto politico, ambientale e normativo preciso. “L’Europa è l’unico grande soggetto che legifera seriamente sull’ambiente. Ci sono obiettivi a dieci, trenta anni. L’Agenda 2030 è alle porte, e non so come ci arriveremo.
L’Agenda 2050, per un ragazzo di venticinque anni, significa arrivarci a cinquanta. Sarà lui uno dei leader di quel tempo”.
Preparare i giovani a questa responsabilità significa accompagnarli alla consapevolezza: capire quali sono le agende, quali i problemi reali, quali le decisioni che li attendono. Ma questo percorso non può essere isolato. “Puoi affrontare questa sfida solo se dialoghi con il mondo della ricerca e con quello dell’industria. È lì che poi lavori davvero”.
I progetti sviluppati dalla scuola nascono infatti da problemi concreti. “Abbiamo lavorato con BMW sul recupero dei materiali, con le aziende della ceramica, con il Trentino. Le aziende portano sul tavolo questioni reali. Non sempre devi dare una risposta definitiva, ma devi imparare a leggere un problema, a discuterlo”.
Alcuni progetti lasciano un segno più profondo. “Ricordo un lavoro fatto anni fa con un ragazzo indiano del Gujarat. Ha creato un ponte con il governo locale sul tema dell’agricoltura”. In India ci sono circa seicento milioni di agricoltori. L’agricoltore medio coltiva uno o due ettari. “Parliamo di redditi annui intorno ai sessanta dollari”. In quel contesto, anche un miglioramento minimo cambia tutto. “Un aumento del 30% del valore del prodotto può trasformare radicalmente la vita di una famiglia”.
Il paradosso era evidente: per trasportare frutta e verdura in climi estremi servivano blocchi di ghiaccio prodotti con generatori a gasolio. “Una produzione enorme di cibo che generava un livello di inquinamento stratosferico solo per poter essere trasportata”. Il progetto ha lavorato su mercati locali, su cluster che fossero insieme architettura, paesaggio, politica pubblica, emancipazione sociale. “Lì c’è tutto: progetto, amministrazione, dialogo, visione”. È questo, in fondo, il senso della scuola.

“Lasciare ai ragazzi piccole verità. Niente dogmi”.
In quasi dieci anni sono passati circa duecento studenti.
“Ci piace pensarli come ambasciatori, persone che portano nei loro Paesi ciò che hanno imparato”.
La scuola resta un ibrido: non accademia, non professione. “Uno spazio intermedio, libero”. Un luogo in cui ingegneri, ricercatori, professori universitari incontrano ragazzi che, altrimenti, forse non avrebbero mai accesso a quel livello di conoscenza. “È un sogno umanistico: attraversare il mondo dell’architettura in modo olistico, mettendo al centro le persone”.
Per questo Cucinella parla di empatia creativa.
“L’empatia è un’attitudine quasi scomparsa. E la creatività, senza empatia, diventa esercizio autoreferenziale”.
In questa visione, la sostenibilità non è una checklist, ma una postura etica. Oggi la scuola è sempre più internazionale. “Il 98% degli studenti è straniero, ma vorremmo più italiani”. L’obiettivo resta l’accessibilità.
“Una scuola di sostenibilità non può essere esclusiva. Sarebbe un paradosso”.
Ridurre i costi, limitare la permanenza obbligatoria a Milano, ampliare le borse di studio: scelte coerenti con lo spirito del progetto. “Il sogno sarebbe una scuola completamente accessibile, dove nessuno debba pagare”.






