Spread a 100 punti: cos’è e perché conta

Last Updated: 1 Ottobre 2026By

Soldi veri

Il 29 settembre lo spread tra Btp e Bund ha chiuso a 100 punti base, con il decennale italiano al 4,6% e quello tedesco al 3,6%. Non succedeva da novembre 2023. A inizio mese il differenziale era intorno a 84 punti, e a febbraio era addirittura sceso a 60. Il 30 settembre ha chiuso a 103. Ciò premesso, questa volta il problema non nasce a Roma. I rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo quasi ovunque: il Treasury americano a dieci anni ha superato il 5,2%, ai massimi dal 2007, il Bund tedesco è ai livelli più alti da 17 anni e in Giappone il decennale rende quanto non accadeva da trent’anni.

Le cause sono diverse. C’è l’inflazione spinta dallo choc energetico legato alla guerra in Medio Oriente, che ha portato la Bce ad alzare i tassi due volte (l’ultima il 10 settembre, con il tasso sui depositi al 2,50%). C’è la fame di capitali: gli Stati devono finanziare deficit e spese per la difesa, mentre i colossi tecnologici raccolgono cifre enormi per costruire data center per l’intelligenza artificiale. E c’è il fatto che le banche centrali hanno smesso di comprare titoli di Stato come facevano negli anni del quantitative easing. Per capire cosa significa tutto questo per l’Italia, però, bisogna prima chiarire cos’è davvero lo spread. Perché è una delle parole più citate dell’economia italiana, ed è anche una delle più fraintese.

COSA E’ LO SPREAD

Quando lo Stato italiano ha bisogno di soldi, emette titoli di debito: i Btp (Buoni del Tesoro Poliennali). Chi li compra presta denaro allo Stato e in cambio riceve un interesse. Il rendimento è, in sostanza, quanto il mercato chiede oggi per prestare quei soldi. Lo spread Btp-Bund è semplicemente la differenza tra il rendimento del Btp a 10 anni e quello del Bund, l’equivalente tedesco con la stessa scadenza. Si misura in punti base: un punto base è un centesimo di punto percentuale, quindi 100 punti base equivalgono all’1%.

L’esempio di questi giorni rende l’idea. Btp al 4,6%, Bund al 3,6%: la differenza è 1 punto percentuale, cioè 100 punti base. In pratica, per prestare denaro all’Italia per dieci anni gli investitori chiedono l’1% in più all’anno rispetto a quanto chiedono alla Germania. Quel punto in più è un premio per il rischio. Non vuol dire che il mercato pensi che l’Italia non restituirà i soldi. Vuol dire che, tra due debitori, chi presta pretende un compenso maggiore da quello considerato meno solido.

PERCHE’ IL CONFRONTO CON LA GERMANIA

Il confronto si fa con il Bund perché il debito tedesco è considerato il più sicuro dell’area euro: la Germania ha conti pubblici solidi e un debito più basso in rapporto al Pil. Per questo il Bund funziona da metro di misura per tutti gli altri Paesi che usano l’euro. Lo stesso calcolo si può fare con la Francia, la Spagna o la Grecia.

C’è un punto che spesso sfugge: lo spread è una differenza, quindi si muove se cambia uno qualsiasi dei due rendimenti. Se il Bund scende e il Btp resta fermo, lo spread sale anche se sull’Italia non è cambiato nulla. Se salgono entrambi della stessa misura, lo spread resta uguale, ma lo Stato italiano paga comunque di più.
È quello che sta succedendo adesso. Il Bund sta salendo, anche perché Berlino ha abbandonato anni di rigore e sta emettendo molto più debito per finanziare infrastrutture e difesa: più titoli sul mercato significa prezzi più bassi e rendimenti più alti. Lo spread si è allargato solo perché il Btp è salito ancora di più. Quando i mercati diventano nervosi, chiedono un premio maggiore ai Paesi più indebitati.

Un’avvertenza: il prezzo di un titolo e il suo rendimento si muovono in direzioni opposte. Quando i Btp perdono valore sul mercato, il loro rendimento sale. Per questo “lo spread sale” e “i Btp vanno male” sono spesso due modi di dire la stessa cosa.

UN TERMOMETRO

Lo spread è diventato un termometro perché riassume in un solo numero la fiducia dei mercati nel debito italiano rispetto a quello del Paese più sicuro dell’area euro. Lo seguono investitori, governi, Banca d’Italia, Bce e Fondo monetario internazionale. Conta prima di tutto per i conti pubblici. Il debito italiano ha superato i 3.200 miliardi di euro, e ogni anno una parte va rinnovata emettendo nuovi titoli. Se i rendimenti sono più alti, quei nuovi titoli costano di più, e lo Stato spende più in interessi e meno in scuola, sanità o tagli alle tasse. Conta poi per le banche, che hanno in portafoglio molti titoli di Stato italiani: quando i Btp perdono valore, si indeboliscono anche i loro bilanci. E il costo a cui le banche raccolgono denaro tende ad allinearsi a quello dello Stato.

E conta, in modo meno diretto, per famiglie e imprese. Lo spread non entra nel calcolo della rata di un mutuo: i mutui variabili seguono l’Euribor, quelli fissi l’Eurirs. Ma uno spread alto e persistente rende più caro il credito in generale, e prima o poi si sente anche sui prestiti a famiglie e aziende. Per chi risparmia, infine, c’è il rovescio della medaglia: rendimenti più alti significano Btp nuovi che pagano cedole più generose, mentre chi ha già titoli in portafoglio e dovesse venderli prima della scadenza li troverebbe a un prezzo più basso.

SPREAD, RENDIMENTO E COSTO DEL DEBITO

Un errore frequente è pensare che, se lo spread sale di 10 punti, l’Italia paghi subito lo 0,1% in più su tutto il debito. Non funziona così, per due motivi. Il primo: quello che pesa sui conti è il livello dei rendimenti, non la distanza dalla Germania. Uno spread di 100 punti con il Bund al 3,6% costa allo Stato molto più di uno spread di 150 con il Bund all’1%.

Il secondo: il debito non si rinnova tutto insieme. I titoli già emessi continuano a pagare l’interesse fissato al momento dell’emissione. I nuovi rendimenti si applicano solo ai titoli che scadono e vengono sostituiti, e alle nuove emissioni. Per questo l’effetto arriva sui conti in modo graduale, anno dopo anno. Un esempio con numeri tondi: se lo Stato colloca 100 miliardi di nuovi Btp pagando l’1% in più del previsto, la spesa per interessi cresce di circa 1 miliardo all’anno, per tutta la vita di quei titoli. E l’effetto si somma a quello delle emissioni degli anni successivi. I numeri reali danno la misura. Nel 2025 lo Stato ha speso circa 88,3 miliardi in interessi, il 3,9% del Pil. Le previsioni ufficiali indicano circa 91,7 miliardi nel 2026, 98,5 nel 2027 e 104,5 nel 2028.

15 ANNI SULLE MONTAGNE RUSSE

Gli italiani hanno imparato la parola spread nell’estate del 2011, durante la crisi dei debiti sovrani europei. Il 9 novembre di quell’anno, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni di Berlusconi, il differenziale toccò in giornata il record di circa 575 punti, con il Btp oltre il 7%. Pochi giorni dopo nacque il governo Monti.
La tensione si allentò davvero solo dopo il luglio 2012, quando Mario Draghi, allora presidente della Bce, promise di fare tutto il necessario per salvare l’euro. Da lì lo spread scese, con nuove fiammate nel 2018 (sopra 300 punti durante lo scontro sulla manovra del governo Conte I) e a marzo 2020, allo scoppio della pandemia.

Gli ultimi anni sono stati i più tranquilli da molto tempo. Secondo il Fondo monetario, dal picco del 2022 lo spread è calato di circa 190 punti fino a un minimo di 59 punti. A fine 2025 era stabilmente sotto quota 70, livelli che non si vedevano dal 2009, e a febbraio 2026 viaggiava intorno a 60. Poi la guerra in Medio Oriente ha invertito la rotta: 70-80 punti in estate, 100 a fine settembre. Visto in prospettiva, quota 100 resta lontanissima dalle crisi del passato. Anche Banca d’Italia, nei suoi rapporti, attribuisce il calo degli ultimi anni alla maggiore fiducia degli investitori nel debito italiano e al miglioramento del suo giudizio di credito.

QUANTO PUO’ DURARE?

La differenza con il 2011 è sostanziale. Allora lo spread esplodeva mentre il Bund era bassissimo: il problema era l’Italia. Oggi lo spread è contenuto, ma il Bund è oltre il 3,5%: il problema è che il denaro è diventato più caro per tutti. Per un Paese con un debito di oltre 3.200 miliardi, pari a circa il 137% del Pil, non è comunque una buona notizia. L’Italia ha chiuso il 2025 con un avanzo primario, cioè con entrate superiori alle spese al netto degli interessi. Ma non è bastato a far scendere il debito in rapporto al Pil, che nel 2026 è previsto ancora in crescita, oltre il 138%. Il motivo è che l’economia cresce poco e il costo medio del debito resta più alto della crescita. Per questo il numero da tenere d’occhio non è lo spread di una singola giornata, ma il livello a cui resteranno i rendimenti nei prossimi anni. Se i tassi torneranno a scendere, la lunga durata dei titoli italiani assorbirà gran parte dell’urto. Se resteranno alti, ogni anno una fetta crescente del debito verrà rinnovata a condizioni peggiori, e gli interessi si mangeranno risorse che potrebbero andare altrove.

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