(di Daniele Rossignoli) Dolore e buio: sono queste le due parole che hanno accompagnato Michele Bravi negli ultimi due anni, da quando cioè, coinvolto in un incidente mortale, è ‘precipitato’ nel baratro della malattia, e in particolare in quello che viene chiamato ‘stress post traumatico’ (Ptsd). Per due anni si è rinchiuso in casa, isolandosi da tutto e da tutti, fino a quando non ritrova nell’amore quella spinta necessaria per ripartire. In uscita domani, venerd’ 29 gennaio, con il nuovo album ‘La geografia del buio’, anticipato dai singoli ‘La vita breve dei coriandoli’ e ‘Mantieni il bacio’, Michele Bravi, durante la presentazione di questo suo nuovo lavoro, spiega “quanto sia importante la libertà di amare”.

“Quando parlavo della mia sessualità, del mio percorso amoroso -sottolinea- non ero mai reticente, ma avevo questo atteggiamento, quasi rivoluzionario, di voler dimostrare che la parità stava nel non dire perché siamo tutti uguali. questa -osserva- sarebbe una posizione perfetta nell’utopia ma ora ritengo che ci sia, invece, tanto bisogno di parlare. Quando ho vissuto il mio dolore -aggiunge- ho riscoperto la forza anche della comunità (Lgbt ndr) che mi ha accolto e della libertà con cui loro vivono l’amore ed è per questo che ora ho ribaltato la posizione che per tanti anni sostenevo: l’amore non è un atto privato -sottolinea- l’amore è un atto pubblico e chi ama deve poter condividere questa forza propulsiva”.

“Chi ha il coraggio di esporsi in prima persone -prosegue Bravi- lo deve fare. Io ho un ricordo chiarissimo del mio primo bacio e di una voce insistente dentro di me che mi diceva ‘forse stai facendo una cosa sbagliata’. Con il brano ‘Mantieni il bacio’, dove io il bacio l’ho dedicato ad un ragazzo, mi auguro consenta a qualcuno di ascoltare il suo primo bacio, sentire il suo sapore e non una voce insistente che lo confonde e lo allontana dal ricordo che può essere bellissimo”.

Ed è proprio grazie all’amore che Michele Bravi è riuscito a ritrovare la luce dopo anni di buio. L’amore unito alla musica anche se, tiene a precisare non sarebbe stata la musica a tirarlo fuori dal baratro: “sento dire tante volte ‘la musica ti ha salvato, con la musica sei tornato a vivere’. Credo che questa sia una informazione molto, molto pericolosa da passare. Il dolore -osserva- è un fatto enorme, che entra prepotentemente nella tua vita, la straccia come se fosse carta ed è importante che questo dolore venga affrontato con il cinismo con cui si affronta una malattia. Il dolore è una malattia della propria mente, del proprio corpo”.

“Non è stata sicuramente la musica a salvarmi -spiega- ma è stata la terapia, è stato tutto il percorso medico cui mi sono sottoposto. Ci tengo a parlarne senza troppo pudore -aggiunge- perché ho avuto la fortuna che qualcuno non avesse pudore nei miei confronti a parlarmi della sua storia medica e di come veramente si affronta il dolore. Il dolore non si può pensare che si curi da solo, il dolore va sistemato, va portato in uno studio medico. Poi, solo in un secondo momento, arriva la musica. Prima bisogna decifrare il dolore, e la musica può servire a questo ma non certo a guarirlo”.

“Il buio vero -prosegue il cantautore umbro- lo si conosce soltanto quando ci si passa attraverso e non esiste un giorno in cui senti che quella storia è finita, è passata. Per questo io insisto nel parlare di come si convive con il buio e non di come se ne esce. Il dolore va affrontato da soli e si deve solo sperare di avere qualcuno al tuo fianco. Tutto il dolore che non curiamo vive al posto nostro. Se si ha un dolore, davanti agli altri non ci sei tu ma c’è il tuo dolore che sceglie al posto tuo. Quando ho capito che la realtà che stavo vivendo non era più la mia realtà, che non ero più io a controllarla -sottolinea- allora ho deciso che dovevo sistemare quel dolore”.

Ad aiutare Michele Bravi ci ha anche pensato “l’umanità di alcune persone insospettabili con le quali avevo un rapporto di semplice conoscenza ma che con gesti sottili, piccolissimi di umanità che hanno compiuto nei miei confronti hanno avuto in me una forza propulsiva enorme. Senza quei piccoli gesti, che hanno poco a che fare con la musica, questo disco non sarebbe qui, probabilmente io non sarei qui”. E quelle persone, svela Michele Bravi, sono Fiorello, Maria De Filippi, Fedez e Chiara Ferragni.

“Nello specifico -racconta Bravi- Federico mi chiese di raggiungerlo a Los Angeles. Prima di partire, senza alcuna aspettativa, gli dico che non avevo la capacità di entrare nuovamente in uno studio di registrazione. Lui mi risponde che non gli interessava, voleva solo che lo raggiungessi. Ricordo quei giorni in casa loro, ricordo la loro accoglienza e la loro umanità infinita. A loro sarò infinitamente grato”.

“Ci sono state però anche persone -prosegue Michele Bravi- che non hanno avuto la capacità di decifrare il dolore, di capire perché tu, in quel momento, stai parlando in quel modo, perché ti stai muovendo in quel modo. Persone che si sono allontanate perché non si erano rese conto che davanti a loro c’era un dolore e non c’ero semplicemente io. Per queste persone non provo delusione -precisa-  perché molte di loro hanno saputo fare un passo indietro e hanno capito che quel dolore, che non riuscivano a vedere, adesso lo vedono”.

Tornando all’album “doveva uscire già un anno fa ed era previsto anche un percorso dal vivo. Avevo pensato ad un modo di presentarlo che nascesse proprio dal palcoscenico -spiega Bravi- ed era previsto un grande tour che avrebbe coronato un mio sogno enorme. Poi, è successo che il nostro mondo è cambiato e che stiamo vivendo una incertezza infinita ma ovviamente rimane la voglia di poterlo cantare e raccontare dal vivo quanto prima “anche se, osserva  “questo momento di incertezza avrà delle ripercussioni”.

“Spero che questo disco possa far capire che questo male va affrontato con una certa modalità, in certe sedi opportune. E’ un clima molto incerto -prosegue Michele Bravi- e non credo si debba parlare del futuro perché, mai come in questo momento, il futuro è una cosa pericolosa. Per scoprire i segreti della natura basta praticare più umanità. Questo è l’atteggiamento da assumere nei momenti di incertezza, di instabilità. Possiamo e dobbiamo essere più umani nel vivere questo momento”.

Photo credit: Roberto Chierici