Dopo il singolo d’esordio ‘Il solito horror’, il cantautore-psicologo Alfiere (Alessandro Pieri) ritorna con il nuovo brano ‘Sicuro come l’oro’, secondo estratto dal suo EP ‘Gradi di libertà’ in arrivo quest’anno e prodotto da Ludovico Clemente. Con un arrangiamento un po’ vintage e sonorità leggere, l’autore tratta  un tema sociale difficile e più che mai attuale. Usa parole forti, a tratti crude e taglienti, viaggiando su un filo sottile tra la presa di coscienza e l’ammonizione severa. Il detto popolare ‘sicuro come l’oro’ spiega infatti il dominio schiacciante della ragione dell’uno contro la ragione dell’altro, l’esaltazione della verità che sentiamo di avere in tasca, pronti a difenderla fino all’assurdo. Ed è il caos che noi stessi alimentiamo a spingerci verso la ricerca smaniosa di una risposta finale, che possa spiegare ogni cosa, fugare ogni dubbio, darci importanza nella nostra piccolezza.

“E poi giù, giù, giù nel mare, dove il fiato non può uscire per parlare, ma solo per affogare” è dunque la celebrazione del silenzio, un luogo nel quale immergersi per prendere le distanze dal rumore e dal veleno. Nel brano, Alfiere si rivolge a una società spesso incapace di analisi critica e profonda, che riflette poco e straparla (“esperti della sera con nessuna voglia di tacere”) oppure che trasforma le proprie frustrazioni quotidiane in odio da riversare sul prossimo (“leoni da tastiera in una polveriera da far esplodere”). Una società ancora acerba, nonostante l’avanzamento scientifico-tecnologico, che deve essere ‘svezzata’ dalla cultura e dall’educazione, soprattutto sul piano delle competenze emotive, dell’ascolto, del rispetto di sé e dell’altro, della condivisione… che sono poi la vera ricchezza, l’oro dell’umanità.

Il pezzo si conclude con una riflessione amara e più che mai attuale, ma che per come stiamo imparando a conoscere Alfiere vuole spronare a una crescita che parta anzitutto da sé: “di questi tempi pure l’oro non è così sicuro”, ossia prendiamo coscienza dell’incertezza che ci coinvolge tutti e abbassiamo le armi.

“Viviamo ancorati alle nostre certezze -sostiene Alfiere- spesso rigide e che non desideriamo siano messe in discussione. Ci fermiamo alle verità alle quali ci conviene credere, a quelle che si sposano meglio con i nostri bisogni, che nutrono i nostri vuoti. E quelle sicurezze finte, ostentate, diventano parole che creano confusione e conflitto, specialmente nei momenti più complessi che la società umana attraversa. Parole -conclude- che troppo spesso feriscono, svalutano, umiliano, escludono”.