Tetto del 30% per gli stranieri a scuola. Ma senza risorse ci perdono tutti
Il nuovo decreto Scuola annunciato dalla premier Giorgia Meloni e messo a punto dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara prevede un tetto del 30% di alunni stranieri per classe, il divieto di burqa e niqab negli istituti e corsi di italiano per i genitori. La soglia del 30% compariva già in una circolare del 2010, firmata dall’allora ministra Mariastella Gelmini. Il problema, allora come oggi, è capire come applicarla: per distribuire diversamente gli studenti servono classi, spazi e insegnanti.
Il tetto riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana, ma esclude i cittadini dell’Unione Europea, equiparati per legge agli italiani nel conteggio. Il criterio è giuridico, certo. Ma la domanda politica e culturale è un’altra: perché la presenza di molti compagni francesi, inglesi o tedeschi ci sembra spesso un’opportunità, mentre davanti ad altri bambini stranieri cominciamo a parlare di un problema?
IL timore non riguarda sempre la lingua o la cittadinanza. A volte riguarda la religione, la pura provenienza goegrafica. È un pregiudizio che possiamo riconoscere e discutere; trasformarlo in una percentuale, invece, non lo rende una soluzione per la scuola.
PERCHE’ QUESTA DISTINZIONE
La distinzione non è una scelta discrezionale del decreto: deriva dal principio di libera circolazione dei cittadini UE, che nell’ordinamento italiano ed europeo godono già di uno status equiparato ai cittadini nazionali in ambito scolastico (diritto all’istruzione, accesso ai servizi, parità di trattamento). Un rumeno o un bulgaro, ad esempio, è formalmente “straniero” per nazionalità, ma non per lo status giuridico che conta ai fini della norma.
Il ministero rivendica l’obiettivo di evitare tanto le classi “ghetto” quanto le classi senza alcuno studente straniero. È un obiettivo condivisibile sulla carta, ma il decreto non stanzia le risorse necessarie a realizzarlo: senza un aumento strutturale del numero di classi e di organico, avvertono opposizioni e dirigenti scolastici, il rischio concreto è che nelle zone a più alta densità migratoria – come i quartieri di Mestre, Pioltello o Monfalcone, dove si toccano punte tra il 43% e oltre il 90% di alunni stranieri in singole scuole – non ci sia dove mandare gli studenti “in eccesso”.
Sul piano dei numeri, vanno tenute distinte due soglie che vengono spesso confuse: le classi con almeno il 30% di alunni stranieri (di ogni provenienza e anzianità di frequenza) sono circa 34mila, mentre quelle in cui oltre il 20% degli studenti è neoarrivato e non conosce ancora l’italiano – il target reale della norma – sono circa mille.
COSA CITA DAVVERO IL GOVERNO
Nel presentare il provvedimento, Valditara ha fatto riferimento a tre tipi di dati, di peso molto diverso. Il primo è un dato Invalsi effettivamente verificabile: il punteggio medio di uno studente italiano è 200, quello di uno straniero di prima generazione è 170, l’equivalente di un anno scolastico di differenza.
Il secondo è un’affermazione generica: il ministro ha dichiarato che “tutti gli studi internazionali dimostrano che concentrare ragazzi che non conoscono l’italiano moltiplica il disagio scolastico e lo estende anche ai pochi italiani presenti”, senza però indicare uno studio specifico.
Il terzo è un dato fuori tema: il ministro ha rivendicato che la scuola italiana “batte” Finlandia e Germania in comprensione del testo e Francia e Stati Uniti in matematica nei test OCSE-PISA, un risultato sulla qualità generale del sistema scolastico che non ha a che fare con l’effetto della concentrazione di stranieri in una singola classe.
I PEER EFFECTS
Verificando la letteratura scientifica reale sui cosiddetti “effetti dei compagni di classe” (peer effects), il quadro che emerge è più sfumato, e in alcuni casi opposto, rispetto alla narrazione con cui il decreto viene presentato. Uno studio del 2024 sulla rivista Review of Economic Studies, su 1,3 milioni di studenti nativi in Florida, ha confrontato fratelli della stessa famiglia esposti in misura diversa a compagni di classe immigrati: il risultato è che una maggiore presenza di studenti stranieri è associata a risultati migliori, non peggiori, per gli studenti nativi.
In Europa il quadro è più cauto: uno studio austriaco (Schneeweis, 2015) non trova effetti negativi sui nativi; una ricerca sui Paesi Bassi (Ohinata-van Ours) nemmeno; uno studio italiano sulle scuole primarie (Ballatore, Fort, Ichino) rileva invece un effetto negativo in classi molto concentrate, ma lo attribuisce alla distanza linguistica media in aula, non all’origine degli studenti in sé.
I dati Istat-Invalsi confermano infine che il divario citato dal ministro riguarda soprattutto la prima generazione: nella seconda generazione – nata o cresciuta fin da piccola in Italia – la situazione non solo si normalizza ma spesso migliora, un dato che il governo, nel presentare il decreto, non ha menzionato.
Insomma, senza un vero potenziamento dei corsi di lingua italiana e un aumento strutturale del numero di aule e insegnanti, il tetto del 30% rischia di ripetere l’errore del 2010: una legge sulla carta, senza le condizioni per applicarla. A svantaggio di tutti.





