A Venezia 21 film in corsa per il Leone d’Oro tra Gaza, Russia, politica, potere e amore

Last Updated: 31 Agosto 2026By Tags: , ,

Onstage

Ventuno film, da Danny Boyle a Werner Herzog, da Hirokazu Koreeda a Lee Chang-dong, da Martin McDonagh a Florian Zeller, con una presenza italiana che comprende Nanni Moretti, Marco Bechis, Edoardo De Angelis, Andrea Pallaoro e Paolo Strippoli. È il quadro del concorso dell’83/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che si apre mercoledì 2 settembre e si concluderà sabato 12 con l’assegnazione del Leone d’Oro.

LA SELEZIONE UFFICIALE

La selezione ufficiale comprende 21 titoli e attraversa alcuni dei temi più sensibili del presente: Gaza e la guerra del Vietnam, le dittature e la memoria, il potere dell’informazione, il lavoro e le sue forme di sopraffazione, la salute mentale, la minaccia nucleare, la crisi delle relazioni, il desiderio e il controllo. L’elenco ufficiale riunisce produzioni provenienti dall’Europa, dagli Stati Uniti, dall’Asia e dal Medio Oriente.

INK DI DANNY BOYLE

Ad aprire il concorso sarà “Ink” di Danny Boyle, interpretato da Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. Il film, 116 minuti, è ambientato nel mondo dell’informazione britannica e racconta la nascita di un nuovo modo di concepire il giornalismo popolare. Al centro ci sono i visionari e gli outsider che alla fine degli anni Sessanta immaginarono un giornale capace di intercettare direttamente desideri, paure e curiosità dei lettori. Boyle colloca la storia nel 1969 e guarda alla trasformazione del Sun sotto Rupert Murdoch e Larry Lamb, facendone anche una riflessione sulle origini di un modello mediatico che avrebbe anticipato alcuni meccanismi dell’informazione contemporanea. “Ink” sarà presentato in prima mondiale il 2 settembre dopo la cerimonia inaugurale e il Leone d’Oro alla carriera a George Clooney.

NAZA DI YUVAL ABRAHAM E RACHEL SZOR

Tra i titoli politicamente più forti della selezione c’è “Naza” di Yuval Abraham e Rachel Szor. Il film, di 80 minuti, è una produzione britannica di The Guardian e JW Films ed è girato in ebraico e inglese. La sinossi ufficiale lo presenta come un’opera realizzata di notte sui tetti di Tel Aviv che indaga i sistemi attraverso i quali viene condotta l’uccisione di civili palestinesi a Gaza. Si annuncia quindi come uno dei film destinati ad alimentare maggiormente il confronto politico e culturale della Mostra.

MR. NELSON, DID YOU KILL PEOLE? DI SHINYA TSUKAMOTO

La guerra, ma da una prospettiva storica completamente diversa, è anche al centro di “Mr. Nelson, Did You Kill People?” di Shinya Tsukamoto. Il regista giapponese ricostruisce la storia di Allen Nelson, giovane afroamericano cresciuto in povertà a New York che a 18 anni entra nei Marines per sottrarsi alla discriminazione e alla miseria. Nel 1966 viene inviato in Vietnam convinto di poter diventare un eroe, ma si trova invece coinvolto nella violenza contro la popolazione civile. Al ritorno negli Stati Uniti, a 23 anni, deve affrontare il trauma, l’insonnia, la paura, la disgregazione della famiglia e infine la condizione di senzatetto. Nel cast figurano Rodney Hicks e Geoffrey Rush. Il film trasforma la guerra in una riflessione non soltanto sulle vittime, ma anche sul trauma di chi è stato trasformato in carnefice.

RITORNO A BUENOS AIRES DI MARCO BECHIS

Ancora alla storia e alla responsabilità individuale guarda “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis, interpretato da Adriano Giannini, Ana Celentano e Verónica Gerez. Buenos Aires, 2008: Mariano Guerra torna in Argentina dopo 33 anni trascorsi in Italia per testimoniare nel processo contro gli ex militari che durante la dittatura lo sequestrarono, torturarono e ridussero in schiavitù. Negli alloggi del ministero della Giustizia ritrova altri sopravvissuti e persone che hanno condiviso la prigionia. L’attesa della deposizione fa riemergere vicende rimaste sospese per decenni e pone il protagonista davanti a una memoria che neppure una sentenza può cancellare.

DAU DI ILYA KHRZHANOVSKY

I meccanismi del totalitarismo sono invece il cuore di “DAU” di Ilya Khrzhanovsky, il film più lungo del concorso con 195 minuti più un intervallo di 15. Ispirato ai fisici coinvolti nella costruzione della bomba atomica sovietica, segue dal 1928 e per quattro decenni un brillante fisico di origine greca che, mosso inizialmente dal desiderio di comprendere le leggi dell’universo, viene progressivamente assorbito dall’apparato statale e chiamato a contribuire alla realizzazione di una delle armi più letali della storia. Nell’istituto segreto in cui lavora, scienza, sorveglianza, privilegi e potere diventano inseparabili. Parallelamente, mentre la sua libertà si restringe, Dau cerca nella vita sentimentale una forma di evasione che finisce per condurlo alla perdita di sé. Nel film compaiono anche performance di Marina Abramović, Romeo Castellucci e Carsten Höller.

WILD HORSE NINE DI MARTIN MCDONAGH

La politica torna anche in “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh. John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey figurano in un cast che colloca il film tra quelli di maggiore richiamo internazionale della Mostra. La vicenda si svolge poco prima del golpe cileno del 1973: due agenti della Cia, Chris e Lee, vengono mandati da Santiago all’Isola di Pasqua. In quello scenario remoto, tra le statue monumentali dell’isola, i due devono fare i conti con il proprio passato e con le cospirazioni politiche del presente, mentre il rapporto di Chris con due studentesse ribelli minaccia di cambiare il corso della missione.

BUNKER DI FLORIAN ZELLER

Di tutt’altro genere ma altrettanto legato alle paure del presente è “Bunker” di Florian Zeller, interpretato da Penélope Cruz e Javier Bardem insieme a Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger. Un architetto accetta l’incarico di costruire un bunker destinato alla sopravvivenza di un magnate della tecnologia. La scelta, moralmente ambigua, incrina il matrimonio con la moglie dopo 17 anni di vita insieme. Zeller usa così il thriller familiare per affrontare le ansie generate dalla crisi ecologica, dalla crescita delle disuguaglianze, dall’individualismo e dalla paura di un futuro nel quale i più ricchi possono prepararsi privatamente alla catastrofe lasciando gli altri fuori dalla porta.

UN BON PETIT SOLDAT DI STEPHANE BRIZE’

Il potere assume invece la forma dell’impresa e del lavoro in “Un bon petit soldat” di Stéphane Brizé, con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon. Carla, 43 anni, è una manager brillante che ha sacrificato molto della propria vita privata alla carriera. Nominata responsabile delle risorse umane di una grande azienda, deve conciliare il benessere dei lavoratori con gli obiettivi di performance imposti dai vertici. La scoperta di un caso di management tossico la costringe però a misurarsi con il confine sempre più sottile tra compromesso professionale e complicità.

PRIMETIME DI LANCE OPPENHEIM

Anche “Primetime” di Lance Oppenheim interroga un’altra forma di potere, quella della televisione. Prodotto da A24 e interpretato da Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers, il film torna al 2006 e al fenomeno televisivo americano “To Catch a Predator”. Al centro c’è il conduttore Chris Hansen e il meccanismo di un programma che trasformò l’indignazione morale, la cronaca e la punizione pubblica in spettacolo di prima serata. Oppenheim guarda così all’incontro tra giornalismo e reality tv, alla confusione tra realtà e messa in scena e al prezzo pagato dalle persone entrate nella macchina dello show.

15/18 (A PLACE TO HEAL) DI CEDRIC KAHN

La salute mentale è al centro di “15/18 (A Place to Heal)” di Cédric Kahn. Lucia ha 17 anni quando viene accompagnata dalla polizia in un reparto pubblico di neuropsichiatria per adolescenti che conosce già bene. Qui ritrova Eloïse e incontra altri ragazzi segnati da fragilità e sofferenze diverse. Medici e operatori cercano di curarli mentre il reparto vive sotto una pressione costante e il rapporto con le famiglie rende ancora più complesso il lavoro terapeutico. L’arrivo del misterioso Enzo rompe però il fragile equilibrio costruito tra pazienti e personale.

LOOK BACK DI HIROKAZU KOREEDA

Tra i grandi ritorni internazionali figura Hirokazu Koreeda con “Look Back”. Il regista giapponese adatta il manga di Tatsuki Fujimoto e racconta Fujino e Kyomoto, due ragazze diversissime unite dalla passione per il disegno. Fujino è determinata e ambiziosa, Kyomoto è schiva e trascorre quasi tutto il proprio tempo chiusa in casa. Dalla piccola città in cui crescono inseguono per tredici anni il sogno comune di diventare autrici di manga. Una storia di amicizia, talento, competizione e vocazione artistica affidata a Natsuki Deguchi e Aju Makita.

POSSIBLE LOVE DI LEE CHANG

Lee Chang-dong torna invece con “Possible Love”, 164 minuti con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong. Due coppie sposate appartengono a mondi differenti: da una parte un lavoratore licenziato e sua moglie, dall’altra una documentarista e il marito. La realizzazione di un film porta le loro vite a incrociarsi, facendo emergere distanze sociali, desideri nascosti e tensioni tra lavoro, capitale e libertà personale. Il regista parte anche dal trauma dei licenziamenti di massa e dalla repressione di uno sciopero nella società coreana per interrogarsi sulla possibilità dell’amore dentro strutture economiche che condizionano profondamente le esistenze.

BUCKING FASTARD DI WERNER HERZOG

Werner Herzog arriva a Venezia con “Bucking Fastard”, interpretato dalle sorelle Kate e Rooney Mara insieme a Orlando Bloom e Domhnall Gleeson. Al centro ci sono Jean e Joan Holbrooke, due sorelle legate in maniera quasi assoluta: parlano all’unisono, amano lo stesso uomo, condividono sogni e persino lapsus. Herzog non racconta tanto il mondo visto attraverso i loro occhi quanto il modo in cui gli altri reagiscono alla loro esistenza: tribunali, giornali, persone intenzionate ad aiutarle e altre pronte a sfruttarle diventano il prisma attraverso il quale viene osservato un rapporto fuori dall’ordinario.

COMPANY DI CASEY AFFLECK

La memoria e il perdono attraversano anche “Company”, diretto da Casey Affleck e interpretato, tra gli altri, da Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens e Scoot McNairy. La struttura è quella di racconti che si incastrano uno nell’altro. Nel 1975 una donna misteriosa arriva a una festa e racconta di Tom, un anziano che nel 1953 salva un’attrice durante una tempesta di neve in Colorado. A sua volta, l’attrice racconta la storia di una coppia di agricoltori che accoglie un giovane vagabondo tormentato mentre una serie di omicidi diffonde il terrore lungo la frontiera. Le diverse generazioni finiscono per comporre una riflessione su lutto, vendetta, compassione e possibilità del perdono.

KAMI NOUR DI ALI ASAGRI

L’Iran entra in concorso con “Kami Nour (A Bit of Light)” di Ali Asgari. Il protagonista è un medico iraniano che, dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere il proprio ambulatorio, perde ogni fiducia nel futuro. Decide di togliersi la vita e trascorre quella che immagina essere la sua ultima giornata incontrando i fratelli e la madre per prepararli alla propria scomparsa. Saranno però proprio la vicinanza, la cura e l’affetto dei familiari a incrinare la sua decisione e a riaprirlo lentamente alla realtà.

SUCCEDERA’ QUESTA NOTTE DI NANNI MORETTI

Le relazioni sentimentali e il tempo sono invece il terreno di “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, interpretato da Louis Garrel, Jasmine Trinca, Hippolyte Girardot, Angela Finocchiaro, Melina Åkerman e dallo stesso Moretti. Il progetto nasce dai racconti dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. La sinossi ufficiale è volutamente ridotta a una domanda, “Io ti aspetto, tutto il tempo che vuoi. Ma succederà prima o poi?”, ma Moretti ha spiegato che il film intreccia amori, incontri, abbandoni, rapporti tra genitori e figli adulti e soprattutto la storia di un uomo e una donna che continuano a incontrarsi nel momento sbagliato, inseguendo la possibilità che la vita conceda sempre un’altra occasione.

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO DI EDOARDO DE ANGELIS

La famiglia, ma in una forma molto più feroce, è protagonista di “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini. Vanessa Scalera, Lino Musella, Elena Radonicich e Ivana Lotito guidano il cast. Antonio ha lasciato Napoli molti anni prima e si è costruito a Milano una famiglia e una carriera lontano dalla madre Angela. Quando lei arriva per Natale e sembra intenzionata a restare, la cena della Vigilia diventa una battaglia emotiva, insieme comica e dolorosa, nella quale riaffiorano sopraffazioni, incomprensioni e il legame irrisolto tra madre e figlio.

L’ESTRANEA DI PAOLO STRIPOLI

Ancora un rapporto familiare oscuro anima “L’estranea” di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi. Una donna arriva improvvisamente a casa della figlia per raccontarle la verità su un segreto che grava sulla loro famiglia: molti anni prima è stato stretto un patto con una sconosciuta. Quello che sembrava sepolto torna ora a chiedere il proprio prezzo. Strippoli costruisce la vicenda come una confessione e un processo al passato, ma anche come il gesto disperato di una madre che pretende di controllare il destino dei figli.

THE ECHO CHAMBER DI ANDREA PALLAORO

“The Echo Chamber” di Andrea Pallaoro porta invece al Lido Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, partendo da una sceneggiatura firmata da Bernardo Bertolucci con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Leo e Anne sono intrappolati in una relazione nella quale amore, cura, dipendenza, desiderio e controllo finiscono per confondersi. Si cercano e si respingono senza riuscire davvero né a stare insieme né a separarsi, mentre la voce di Ava attraversa il tempo e fa riemergere ciò che la relazione ha lasciato dietro di sé. È un film sui legami che possono diventare contemporaneamente rifugio e prigione.

UN PEU AVANT MINUIT DI NICOLAS PARISER

Dalla Francia arriva “Un peu avant minuit” di Nicolas Pariser, con Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anaïs Demoustier e Golshifteh Farahani. Léo, 49 anni, è sul punto di separarsi dalla compagna quando apprende della morte del padre biologico che non ha mai conosciuto. Prima di partire per l’Italia per occuparsi dell’eredità, trascorre alcuni giorni a Parigi e comincia a rileggere la propria esistenza, il rapporto con la figlia attivista e soprattutto la propria storia con le donne. Il film guarda così alle relazioni sentimentali di una generazione costretta a reinterpretare il proprio passato anche alla luce dei cambiamenti culturali prodotti dal #MeToo.

WOMAN UNKNOWN DI MAY EL-TOUKHY

Il dopoguerra europeo è invece lo scenario di “Woman Unknown (Kvinde Ukendt)” della danese May el-Toukhy. Marie lavora come domestica e bambinaia per Christian, ricco vedovo che sta per sposare. Diventare sua moglie significherebbe conquistare finalmente sicurezza e posizione sociale, ma c’è un passato che rischia di distruggere tutto: durante la guerra Marie ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Nell’anarchia seguita alla fine del conflitto quel segreto ritorna e la donna è disposta a tutto pur di non perdere la nuova vita che si è costruita.

Con i suoi 21 film, Venezia 83 costruisce così un concorso nel quale la dimensione privata e quella politica appaiono continuamente intrecciate. Le guerre di Gaza e del Vietnam convivono con la dittatura argentina e l’ombra atomica sovietica; i meccanismi dell’informazione di massa e della televisione si affiancano alle trasformazioni del lavoro; il trauma storico incontra il trauma familiare; le storie d’amore diventano spesso racconti di dipendenza, potere, attesa e perdita.

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