L’Odissea di Nolan: la civiltà che regredisce e il sé che si affida

Last Updated: 24 Agosto 2026By Tags: , ,

Psyco

(di Margherita Elli, psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico)

C’è una premessa implicita che ha accompagnato la crescita di chi è nato tra gli anni Sessanta e Ottanta: l’idea che il progresso fosse una linea retta e che ogni epoca migliorasse quella precedente, portando la civiltà occidentale verso una forma sempre più evoluta di sé.

Il cinema di Nolan ci ricorda che può non essere così e va anche oltre.

C’è un movimento collettivo che coinvolge tutti e riguarda il tema della regressione della società, e un altro movimento più intimo che riguarda la possibilità, per chi ha sempre controllato tutto, di imparare a lasciarsi andare.

Il film di Nolan- Odissea- segue il ritorno di Ulisse da Troia a Itaca. 

Nolan non racconta un eroe trionfante ma un uomo che si confronta con le macerie di una civiltà bruciata, spaesata e incapace di riconoscersi. Ulisse (Matt Damon) è l’ideatore geniale di uno strumento di distruzione di massa – il cavallo – concepito per porre fine alla guerra e che la trasforma invece in un massacro.

Nel film – complici delle immagini strepitose e una colonna sonora che attraverso dei suoni, più che delle melodie, tocca gli strati più profondi di ciascuno – c’è un senso di apocalisse imminente e una domanda che sottende l’evolversi della storia: cosa succede quando l’intelligenza umana produce mezzi che la sua stessa coscienza, etica o morale, non riesce più a governare? 

Non è qualcosa di isolato nel mito ma lo vediamo ripetersi: la storia non avanza solo attraverso crescite virtuose ma può regredire, come appare oggi al crescere degli estremismi, della radicalizzazione religiosa, dell’attenuarsi di quello spazio di pensiero critico che l’Illuminismo aveva provato a fondare come argine contro il dogma e la superstizione.

Ma perché oggi? Un pensiero capace di dubitare di sé, di tollerare l’incertezza senza bisogno di risposte immediate, richiede uno spazio mentale che si costruisce nel tempo, non in modo automatico e le tecnologie digitali, con la loro promessa di risposta istantanea e di stimolazione continua, tendono a occupare proprio quello spazio, sottraendo alle nuove generazioni l’allenamento a stare nel dubbio, nell’incertezza, nella riflessione che non produce subito un risultato. 

Ma se la tecnologia erode lo spazio della riflessione lenta, a questo Nolan risponde nella forma stessa del film, prima ancora che nel contenuto, attraverso il gesto tecnico più radicalmente analogico della sua carriera: L’Odissea è il primo lungometraggio della storia girato interamente con macchine da presa IMAX su pellicola 70mm.  

Mentre il mondo consuma sempre più immagini digitali usa e getta, filmare un mito fondativo su pellicola è già di per sé una dichiarazione: l’invito a rallentare lo sguardo, a dargli un peso e una durata. Questo accade anche attraverso il fenomeno della ripetizione, ben presente nel film, ripetizione di immagini, di parole…un altro elemento che impone di soffermarsi, rivivere, notare un dettaglio.

Se un primo movimento del film riguarda la tenuta della civiltà, il secondo pone le stesse domande su un piano individuale, più intimo, e riguarda il rapporto di Ulisse con Calipso (Charlize Theron): cosa significa per una persona affidarsi all’altro, scegliere di smettere di controllare ogni cosa?

Lo stesso uomo che aveva vinto la guerra e superato mille ostacoli lungo il suo viaggio, calcolando ogni mossa, si trova di fronte a qualcosa che non può gestire: il senso di sé e della propria vita. E per trovare la via di casa, Ulisse impara a fidarsi di uno spazio sospeso che lo restituisce gradualmente a sé stesso attraverso il rapporto con la ninfa. 

È in uno spazio protetto, non sorvegliato e non sorvegliabile, che si costruisce la capacità di pensare in un modo nuovo, di creare e così di tollerare l’incertezza della vita. 

Immaginazione, gioco, fantasia, sono al centro di questo spazio, lo stesso in cui il bambino può sperimentare senza il timore di essere giudicato o controllato, e di cui l’adulto può fare esperienza nell’arte, nella musica, nella scrittura… in tutti quei gesti creativi che non debbano mostrare subito la propria utilità. 

Recuperare la capacità di sognare, di giocare, di immaginare senza doverne rendere conto a nessuno, nemmeno a sé stessi, è forse la forma più concreta di quella fiducia che Ulisse ritrova con Calipso. È l’esempio più prezioso da offrire, alle generazioni più giovani, oggi immerse in una cultura del controllo pervasivo, che misura, quantifica e monitora ogni gesto- ogni battito, ogni respiro…- e in cui persino la cura di sé rischia di somigliare a una difesa contro l’angoscia esistenziale di non poter controllare nulla. 

Nell’Odissea di Nolan, quella resa fiduciosa che Ulisse impara alla presenza di Calipso, lo accompagna fino alla fine del viaggio, quando deve abbandonarsi alle onde del mare che prima aveva sfidato, per approdare sulle rive della sua amata Itaca. Deve rinunciare al controllo e alla pianificazione, avere fiducia in sé attraverso l’altro. Solo così potrà tornare a casa e lasciare che sia il figlio Telemaco a scrivere il capitolo successivo. 

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