Draghi e l’Europa: “per la prima volta è sola”
“Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”. È in questa frase, pronunciata da Mario Draghi ad Aquisgrana dal palco del premio Carlo Magno, che si condensa il senso politico dell’intervento dell’ex presidente di Bankitalia, della Bce ed ex presidente del Consiglio italiano e figura centrale nella riflessione strategica dell’Unione.
Non è il primo indubbiamente dal carattere programmatico, legato alla necessità che l’Unione europea acceleri verso una maturità diversa, che le permetta di affrontare la trasformazione strutturale dell’ordine mondiale. C’è tutto il carattere dell’urgenza di decisioni che non possono essere rimandate.
Draghi rompe un tabù affermando che per la prima volta dal 1949 gli europei devono prendere in considerazione uno scenario fino a pochi anni fa impensabile: gli Stati Uniti potrebbero non garantire più la sicurezza europea alle condizioni del passato. Una constatazione che cambia il perimetro dell’intero dibattito continentale. Perché, sostiene Draghi, una dipendenza militare si estende inevitabilmente a ogni altra negoziazione: commerciale, energetica, tecnologica.
Sul fronte orientale, la Cina non viene considerata un’alternativa. Al contrario, viene descritta come una potenza che produce surplus industriali incompatibili con la tenuta del sistema manifatturiero europeo e che continua a sostenere indirettamente la Russia.
Draghi aggiorna anche la fotografia economica del continente. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro annui di investimenti strategici aggiuntivi, avanzata negli ultimi anni, non sarebbe più sufficiente. Con il nuovo quadro internazionale e con gli impegni crescenti sulla difesa, il fabbisogno europeo sale a circa
1.200 miliardi di euro l’anno.
Le priorità sono quattro:
– difesa e sicurezza
– transizione energetica
– infrastrutture digitali e intelligenza artificiale
– sostenibilità dei sistemi sociali in società sempre più anziane.
Per Draghi, tuttavia, il problema non è l’assenza di risparmio. L’Europa possiede capitale, competenze e capacità industriale. Il problema è la sua incapacità di mobilitare quelle risorse in modo coordinato.
L’Europa si sarebbe aperta completamente al mondo senza aver completato la propria integrazione economica interna.
Mercati dei capitali frammentati, reti energetiche ancora scollegate, eccesso di regolazione e insufficiente consolidamento industriale hanno prodotto un’economia ‘asimmetrica’, vulnerabile agli shock esterni e incapace di sfruttare pienamente la propria scala.
L’Europa rischia di perdere la corsa all’AI
Tra i passaggi più significativi c’è quello dedicato all’intelligenza artificiale. Secondo Draghi, la produttività oraria europea rispetto agli Stati Uniti ha ampliato ulteriormente il divario negli ultimi anni, e l’AI rischia di renderlo permanente. Gli Stati Uniti, osserva, stanno investendo circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030, mentre la Cina si muove con una capacità industriale analoga.
L’Europa, invece, continua a scontare vincoli energetici, regolatori e infrastrutturali che impediscono di competere alla stessa scala.
Il rischio, nella visione di Draghi, non è semplicemente economico. È strategico. Perché, a differenza di precedenti rivoluzioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale migliora con l’uso: chi costruisce per primo scala, dati e applicazioni rischia di acquisire un vantaggio permanente.
Difesa comune
Draghi sottolinea come i governi europei spendano ogni anno tra i 40 e i 70 miliardi di euro in sistemi d’arma americani, mentre la frammentazione degli acquisti interni produce inefficienze per altri 60 miliardi in economie di scala mancate. E’ necessario, per Draghi, assumersi maggiori responsabilità militari non significa solo aumentare la spesa, ma ricostruire una base industriale e tecnologica europea.
La Germania, ricorda, entro la fine del decennio potrebbe investire in difesa su livelli comparabili all’economia di guerra della Russia. Parallelamente, l’esperienza ucraina sta accelerando una forma di integrazione pratica tra industrie, governi e capacità produttive europee.
Per l’ex banchiere, il passaggio successivo deve essere istituzionale: trasformare questa cooperazione emergenziale in un sistema stabile, anche dando finalmente sostanza operativa all’articolo 42.7 del Trattato UE, la clausola di mutua difesa.
“Federalismo pragmatico”: la proposta politica
Il punto più innovativo del discorso è però la proposta istituzionale. Draghi riconosce apertamente che il processo decisionale dell’Unione a 27 spesso non produce risultati compatibili con la velocità delle crisi contemporanee. Non per mancanza di ambizione politica, ma per un eccesso di procedure, comitati e meccanismi che finiscono per diluire le decisioni. La risposta che propone è un modello che definisce “federalismo pragmatico”.
I Paesi pronti ad agire devono poterlo fare senza attendere il consenso unanime, costruendo cooperazioni rafforzate in settori strategici come: energia, difesa, tecnologia, semiconduttori, catene di approvvigionamento critiche.
Un modello che richiama, per certi versi, la nascita dell’Euro come progetto inizialmente condiviso da un nucleo di Stati.
Secondo Draghi, la legittimità democratica non nasce dalla complessità istituzionale, ma dalla capacità di produrre risultati concreti e misurabili per i cittadini.
L’Europa davanti a una scelta storica
Il messaggio finale è una chiamata alla leadership politica. Per Draghi, l’Europa conosce bene il problema e la diagnosi. I cittadini, sostiene citando i dati dell’Eurobarometer, chiedono più unità, più protezione, più capacità di risposta. Il nodo non è più capire cosa non funziona, ma decidere se “mettere la sostanza prima del processo”.
Dietro il linguaggio tecnico e i numeri, il discorso di Aquisgrana consegna un messaggio molto più netto: l’Europa del compromesso permanente non basta più. Per restare una potenza economica e politica, dovrà imparare a esercitare il potere come soggetto unitario.
Il discorso si conclude sulla fiducia. Quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge, “in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto.” “Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione.”





