Max Gazzè, sempre altrove. E forse proprio per questo così presente e attuale
(di Maria Elena Molteni)
L’ornamento delle cose secondarie non parla delle cose marginali in senso estetico. Parla di tutto ciò che il presente tende a considerare irrilevante: il tempo lento, la memoria, il dubbio, la responsabilità, la fragilità. A trent’anni dal debutto, Max Gazzè torna dove tutto era iniziato: nel rischio, nella ricerca, nella libertà. Torna a un’idea radicale di canzone, accordata a 432 Hz, lontana da tutto.
Quella del cantautore romano è una carriera costruita sì tra festival di Sanremo, dischi di platino, collaborazioni eccellenti (Niccolò Fabi e Daniele Silvestri su tutte), tour da sold out. Ma, pur all’interno di un percorso a volte anche standard, non ha mai smesso di sorprendere. Sempre leggermente sfasato rispetto al momento. Non fuori tempo, ma in un tempo diverso — più lento, più circolare, più ostinato. Altrove.

Ma attenzione a non commettere l’errore di pensarlo semplicemente così. Max Gazzè è un professionista iper perfezionista, musicalmente preparatissimo, che non lascia al caso nulla nella sua musica. Ne sono testimoni i compagni di viaggio, Fabi e Silvestri, che nel recente docufilm che li ha raccontati insieme – Un passo alla volta, sul concerto del 6 luglio 2024 al Circo Massimo – non mancano di descrivere la sua ossessione per la perfezione, la ricerca e l’innovazione.
Romano di nascita, europeo di adozione, Gazzè adolescente si trasferisce in Belgio dove frequenta la Scuola europea. Studia pianoforte, si dedica al basso elettrico e suona nei locali di Bruxelles; poi scende nel Sud della Francia, produce per una casa americana, torna a Roma nel 1992 e inizia a costruire qualcosa che in Italia, in quel momento, non esisteva ancora. Il suo primo album Contro un’onda del mare, pubblicato nel 1996, viene presentato in versione acustica nel tour di Franco Battiato. Una vera e propria adozione artistica che dice tutto sulla genealogia culturale in cui Gazzè si colloca: la musica come pensiero, non come intrattenimento.

L’uomo con il basso e le lenti a contatto diverse
Nel 2013 sale sul palco dell’Ariston citando nello stile Marilyn Manson. Indossa una lente a contatto azzurra nell’occhio destro. Un dettaglio minimo, ma dice molto: Gazzè ha sempre avuto un gusto spiccato per l’incongruità, per l’elemento straniante. Qualcosa di infinitamente più sottile della provocazione. Piuttosto una sorta di coerenza interna che dall’esterno, ma molto dall’esterno, può sembrare bizzarria.
E’ Gazzè che scrive Una musica può fare — una delle canzoni più belle della canzone italiana degli ultimi trent’anni — è lo stesso che costruisce un’opera sinfonica con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga su temi esoterici studiati per vent’anni, la chiama Alchemaya.
Non è un artista che cerca la coerenza di stile. È un artista che cerca la coerenza di visione. Nel 2014, con Niccolò Fabi e Daniele Silvestri, pubblica Il padrone della festa — un disco che diventa disco di platino in pochi giorni e porta i tre in tour europeo, poi nei palasport italiani. È probabilmente il momento di maggiore esposizione commerciale della sua carriera, e lo gestisce senza fare un passo indietro rispetto a quello che è: uno dei tre pilastri di una scuola cantautorale romana che non ha equivalenti nella musica italiana contemporanea.
Il suono come scelta filosofica
Il nuovo disco si chiama, dicevamo, L’ornamento delle cose secondarie ed esce il 15 maggio per Columbia Records/Sony Music. Trent’anni esatti dal primo album. L’intero disco è accordato a 432 Hz invece che allo standard contemporaneo dei 440 Hz. Un capriccio esoterico, sicuramente, ma è soprattutto una presa di posizione. Il suono a 432 Hz è percepito come più caldo, più organico, più vicino a certe tradizioni musicali antiche. Sceglierlo nel 2026 per venti canzoni di un album doppio significa costruire fisicamente uno spazio sonoro diverso da quello in cui viviamo — un atto di resistenza.

Gazzè è attuale proprio perché non lo è
In un momento in cui la musica si fa sempre più breve, sempre più ottimizzata per lo scroll, costruita attorno a hook da quindici secondi e narrative da social, Gazzè arriva con venti canzoni accordate diversamente dallo standard, ispirate al prog, costruite su traiettorie “asimmetriche interiori”. Eppure il tour autunnale che accompagna il disco — oltre quaranta date tra ottobre e dicembre, con la formula inedita della ‘residenza‘ di tre serate consecutive in ogni città — è già una dichiarazione di fiducia nel pubblico che smentisce qualsiasi lettura nichilista del mercato.
La residenza, in particolare, è un’idea che vale la pena sottolineare. Tre sere consecutive nello stesso teatro, con la possibilità di variare, di evolvere, di lasciare spazio all’imprevisto. È il formato opposto a quello del consumo monouso — è musica che abita un luogo, che costruisce un rapporto. Da Mestre a Palermo, da Napoli a Milano, da Genova a Firenze, fino alla chiusura con cinque serate consecutive all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, a fine dicembre. Una fine anno che è anche un inizio.
L’ornamento delle cose secondarie è disponibile dal 15 maggio in cd e doppio LP (Columbia Records/Sony Music).
Instore:
15 maggio Roma (Feltrinelli via Appia Nuova),
16 maggio Milano (Feltrinelli Piazza Piemonte),
19 maggio Torino,
21 maggio Bologna.
Tour teatrale da ottobre, prevendite su ticketone.it.





