Crans-Montana: il dolore urlato, esibito (e rubato)
(di Margherita Elli, psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico)
Quando si parla di dolore per chi sta parlando? Per chi non c’è più o anche, inevitabilmente, per sé stessi?
A Crans-Montana, nella notte di Capodanno, quaranta giovani hanno perso la vita in un incendio. Sei erano italiani, quasi tutti adolescenti. Nei mesi seguenti, attorno al lutto pubblico, sembra essere nata una polemica silenziosa: chi ha diritto di parlare? Chi ha diritto di urlare il proprio dolore?
C’è chi ha preso posizione contro coloro che hanno invitato al silenzio in nome del rispetto per le vittime e dei loro cari, rivendicando piuttosto il diritto di esprimere il dolore in modo intenso, anche pubblicamente. Del resto, la storia e la letteratura ne sono testimonianza: il lutto ha sempre avuto una dimensione pubblica. Le prefiche che erano chiamate a piangere e disperarsi ai funerali non erano un’anomalia culturale, ma una forma condivisa di espressione del dolore, di una necessità psicologica collettiva.
L’idea che il dolore possa trovare voce è dunque condivisibile. Tuttavia ci sono due aspetti che lo sfogo pubblico non sembra prendere in considerazione. Innanzitutto, non tutte le forme di espressione del dolore coincidono necessariamente con un’elaborazione. È importante distinguere tra il lutto come processo doloroso ma sano, che elabora la perdita restituendo energie vitali a chi ne fa esperienza, e la melanconia, che si lega all’oggetto perduto e di fatto rende impossibile lasciarlo andare (Freud, 1917).
La seconda questione riguarda poi il ruolo che ciascuno ricopre rispetto a un lutto collettivo. Di chi è, veramente, questo dolore portato sulla scena pubblica? Ogni perdita reale merita rispetto, ma tra il dolore del testimone, per quanto vicino, e il dolore di genitori, familiari, compagni e amici più intimi, esiste una distanza che nessuna esposizione pubblica può realmente colmare. Forse è proprio questo il punto da osservare: non tanto il diritto di esprimere il dolore, quanto il luogo da cui questo dolore prende parola e la modalità in cui ciò avviene.
Gli studi sul narcisismo (Kernberg, 2008) ci dicono che per qualcuno può essere difficile restare ai margini di una narrazione emotivamente intensa e che il dolore altrui può diventare un modo per sentirsi coinvolti, necessari, parte di qualcosa che dà un senso. La perdita così non viene effettivamente elaborata, il rischio è che si trasformi in un ruolo, quello di chi testimonia o di chi ricorda, e il lutto può diventare una posizione più che un processo, qualcosa a cui aggrapparsi invece di qualcosa da attraversare.
Al contrario, la vera empatia (Bolognini, 2002) implica la capacità di avvicinarsi al mondo interno dell’altro mantenendo la piena consapevolezza del confine tra sé e l’altro: “integrare reciprocamente il capire e il sentire… in una situazione di consapevole separatezza”. Quando questo confine si dissolve, le posizioni si confondono e non si è più dentro l’empatia: si è dentro una forma di identificazione in cui il lutto degli altri può diventare parte di una narrazione su sé stessi.
Il silenzio che molti hanno scelto e invocato dopo la tragedia di Crans-Montana non è solo una forma di imbarazzo o di indifferenza, ma un modo sensibile e sintonizzato di riconoscere il dolore dell’altro e lasciare spazio.





