‘We Will Rock You’, Berlini: “La musica dal vivo è resistenza. I giovani lo sanno”

Onstage

(di Maria Elena Molteni)

Si avvicina al termine la tournée di We Will Rock You, uno degli spettacoli più longevi e partecipati della stagione. A Milano, nelle ultime repliche al Teatro Nazionale Italiana Assicurazioni, il pubblico ha risposto con un entusiasmo costante, confermando la forza di un musical che, replica dopo replica, continua a parlare a generazioni diverse. Michaela Berlini, regista dell’allestimento italiano, racconta un percorso segnato da energia, riflessione e un messaggio che oggi appare più attuale che mai.

Di seguito, l’intervista integrale a Il Mohicano.

Un successo clamoroso, un’energia travolgente… 

“Ogni sera, quando vedo lo spettacolo, percepisco una grande energia. Il racconto di questa storia attraverso le canzoni dei Queen rende il pubblico partecipe, fino a una sorta di catarsi. C’è il sogno, c’è la speranza che le cose possano cambiare, anche dentro un racconto di fantasia: è sempre un racconto di speranza. E poi la chiusura con We Will Rock You, We Are the Champions e Bohemian Rhapsody, dopo un epilogo molto forte che mi piace ricordare: la voce di Massimo Cotto, che purtroppo ci ha lasciato. Una grande voce del rock, capace di accompagnare il pubblico passo dopo passo fino all’apice della partecipazione”.

Ecco una versione riscritta, più chiara, elegante e giornalisticamente solida, senza cambiare il senso delle tue domande né quello delle risposte di Berlini.

Contrapporre il linguaggio musicale dei Queen a quello della quotidianità dei ragazzi significa metterli di fronte a ciò che stanno vivendo e ai rischi che corrono, anche attraverso il linguaggio stesso. Qual era lo scopo preciso? 

“Questo spettacolo nasce dalla penna di Ben Elton nel 2002, con i Queen direttamente coinvolti: le canzoni sono parte integrante della narrazione, ambientata in un futuro distopico. Nel 2002 il mondo era completamente diverso: si parlava dell’influenza della rete, che stava appena nascendo. Nelle varie trasposizioni e negli adattamenti che ho avuto l’onore di curare, lo spettacolo è cresciuto insieme alla società odierna.

È vero che è uno spettacolo per i giovani, ma mi permetto di dire che è uno spettacolo per tutti. La follia collettiva del potere, l’indottrinamento che sostituisce l’educazione al pensiero critico: abbiamo voluto renderli molto presenti.

I ragazzi Gaga, come avete visto, sono vestiti di arancione, con tute che ricordano i prigionieri di Guantanamo: è una scelta voluta. Indossano visori che filtrano la realtà. Il potere offre una finta stabilità che non crea armonia: trasforma i cittadini in consumatori, non in persone libere di esprimersi attraverso l’arte o qualsiasi forma di comunicazione.

La musica dal vivo diventa l’emblema dell’individualità e della libertà, ma anche di una visione comune. Quel “we will rock” significa: noi, insieme, cambiamo le cose e cambiamo la realtà.

È uno spettacolo per i giovani, che si riconoscono in ciò che subiscono ogni giorno, che magari si accorgono di essere manipolati, come dice Scaramouche nel confronto con il comandante Kashoggi. Ma è un messaggio forte per tutti: sento che c’è bisogno di parlare di una realtà che non piace a nessuno, soprattutto oggi, per come è stata costruita e per come viene vissuta”.

Il potere della musica, ma anche quello delle parole: il protagonista sente prima le parole e poi la musica. Perché?

“Perché è un tema di memoria. Una memoria cancellata e reinventata, come può accadere oggi, dove l’intelligenza artificiale può dirti cose che, se non studi e non approfondisci, magari non sono nemmeno accadute.

Galileo è l’eroe, l’uomo dei sogni: ricorda insieme a Pop, il grande saggio, cose che non conosce. Pop gli spiega, mette insieme i pezzi. È un messaggio forte: non dimenticare il passato per trarne beneficio. Il fatto che Galileo ricordi parole della musica dal vivo, ormai cancellata, è il segno che esiste un’altra realtà possibile. Mettiamo insieme i pezzi”.

Artisti talentuosissimi, protagonisti e ensemble. In un momento in cui il musical ha grande forza e richiamo, che momento è per questi ragazzi e come far vivere loro al massimo questa opportunità?

“Abbiamo talenti giovani molto promettenti. Scaramouche, che è asiatica, ha fatto un’audizione e insieme abbiamo costruito il personaggio. L’interpretazione di Somebody to Love, come tutte le altre, è frutto di un lavoro intenso. Davide Bonafini è molto giovane, accanto a veterani come Alessandra Ferrari e Giorgio Adamo.

I giovani ballerini non si fermano mai: interpretano tutti i ruoli, dagli Yuppies ai Ragazzi Gaga ai Bohemian. Hanno una resistenza e uno studio importanti. Come diceva il nostro produttore, è fondamentale che i giovani capiscano che non basta un nome in copertina per vendere biglietti.

Il bene dello spettacolo è scovare talenti, dare opportunità a chi ha studiato, a chi sa tenere il palco, a chi ha resistenza vocale. È uno spettacolo faticoso: dura più di due ore e mezza, con ventidue canzoni immortali. Il pubblico dovrebbe dare fiducia alle produzioni: andare a teatro, scoprire nuovi talenti, vedere quanta bravura esiste. È una ricchezza per la nostra vita culturale”.

La musica nelle scuole non esiste. Quanto potrebbe fare la scuola pubblica per tenere vivi questi giovani?

“Sono assolutamente d’accordo. L’Italia è il Paese della musica. Molti giovani vogliono imparare strumenti veri. Spero che torni la musica dal vivo, quella che si fa insieme. In una band c’è sempre confronto. Spero che ci sia la voglia di trasmettere ciò che le nostre radici hanno seminato. L’Italia è un grande Paese artistico: musica, architettura, tutto ciò che ci circonda. I giovani hanno voglia di dire la loro senza omologarsi. Non è seguendo un trend che si cresce”.

E nella tua carriera, qual è il sogno?

“Vorrei produrre qualcosa di mio. Ci sto lavorando e forse vedrà la luce. Sono onorata di aver portato questa storia a teatro per tanti anni: è una storia immortale. Ho sempre avuto cast eccellenti. Sono contentissima di questo cast straordinario e auguro ai più giovani che sia l’inizio di un trampolino di lancio pazzesco”.

Fino a domenica 19 aprile

Milano, Teatro Nazionale Italiana Assicurazioni

Info e prevendite su tinyurl.com/WWRY-Tour

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