Dare un nome alle cose: capire il disagio per prevenire la violenza

Last Updated: 3 Aprile 2026By Tags: , ,

Psyco

(di Margherita Elli, psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico)

“Stava programmando una strage a scuola. Per questo i carabinieri del Ros hanno arrestato un diciassettenne pescarese, residente a Perugia, al quale vengono contestati anche i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che detenzione di materiale con finalità di terrorismo.” ANSA (31 marzo 2026)

“LIMITARSI ALLO CHOC NON E’ SUFFICIENTE”

Notizie come questa a volte fanno paura e per quanto sia già qualcosa di prezioso- in un’epoca di ‘analgesia emotiva’ legata alla sovraesposizione mediatica- limitarsi allo ‘choc’ non è sufficiente.

Cosa accade, a livello psichico e relazionale perché un ragazzo arrivi anche solo a immaginare un atto del genere?
Che dentro ciascuno di noi esista una componente distruttiva è teoria consolidata e esperienza condivisa, nulla di ‘mostruoso’ in sé ma parte della natura umana; la differenza sta in che cosa riusciamo a farne. In questo, come in altri casi simili, sembra che la distruttività – e con lei ciò che di più sgradevole la muove come sentimenti di rabbia, frustrazione, senso di esclusione…- se non trova uno spazio e un tempo per essere pensata (nominata e condivisa), non riesca a
trasformarsi in altro e diventi azione.

“IL FALLIMENTO DEI LEGAMI”

Ma non è solo questione di impulsi. Dal più contemporaneo vertice relazionale-ontologico, sappiamo che non si tratta solo di pulsione ma anche di fallimento dei legami. Fragili, assenti, umilianti, escludenti… quando i legami (e soprattutto quelli primari) falliscono, non si costruisce un senso di sé solido e si crea una ferita (narcisistica) tanto difficile da tollerare quanto il senso di invisibilità e di umiliazione che porta con sé e che può generare fantasie di rivalsa.
C’è poi un altro elemento importante, il bisogno di appartenenza.

“VIOLENZA RACCONTATA COME QUALCOSA DI POTENTE E IDENTITARIO”

Progetti di questo tipo difficilmente si costruiscono completamente da soli e oggi sappiamo che esistono spazi online in cui la violenza viene raccontata come qualcosa di potente e identitario, spazi in cui gli autori delle stragi possono diventare addirittura dei modelli imitativi e che attraverso l’esibizione della violenza restituiscono un’identità e un senso di sé, per quanto distorti.

Possiamo quindi pensare ai dispositivi digitali come a degli ‘amplificatori fantasmatici’: anche se non sono loro i responsabili della pulsione distruttiva, possono aiutare a organizzarla, legittimarla e attraverso la rete diluire il senso di responsabilità individuale.

“CAPIRE PER POTERE INTERVENIRE”

Riflettere su questi, come su altri aspetti che possono emergere, non significa giustificare, ma capire per poter intervenire preventivamente, perché questi atti non siano solo fermati, ma si possa evitare che siano anche solo pensati. Significa creare contesti (a scuola, in famiglia, nei gruppi sociali) in cui i ragazzi possano
dare un nome a quello che sentono, anche alla propria distruttività, possano sentirsi visti e riconosciuti per ciò che sono, possano condividere la propria esperienza come unica e degna di considerazione.

“COSTRUIRE LEGAMI”

Trovare più modi possibili per esprimersi e facilitare la costruzione dei legami ha una componente preventiva e riparativa allo stesso tempo, restituendo la possibilità ai giovani di sentirsi soggetti, individui unici con un proprio posto nel mondo…quando questo passaggio non avviene, il rischio è che l’unico modo per sentirsi e farsi vedere diventi quello più estremo.

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