Hikikomori, la protesta silenziosa di una generazione
Il fenomeno degli hikikomori – i giovani che scelgono di ritirarsi dalla vita sociale e di vivere quasi esclusivamente nella propria stanza – è spesso raccontato attraverso immagini semplificate: ragazzi isolati davanti a uno schermo, incapaci di affrontare il mondo esterno. Ma dietro quel ritiro c’è molto di più.
(di Daniele Rossignoli e Maria Elena Molteni)
Il ritiro sociale giovanile non è soltanto una fuga individuale. Nel libro ‘Hikikomori. I giovani che non escono di casa’ lo psicologo e presidente dell’Associazione Hikikomori Italia, Marco Crepaldi, prova a spostare lo sguardo: non solo fragilità individuale, ma anche una critica implicita a una società percepita come ipercompetitiva, pressante e poco inclusiva verso le differenze. Un fenomeno complesso che riguarda non soltanto i ragazzi che si ritirano, ma il contesto culturale e sociale in cui crescono. Lo abbiamo intervistato.
Nel suo libro gli hikikomori non appaiono solo come ragazzi fragili, ma anche come persone che rifiutano un certo modello sociale. L’isolamento è sempre una fuga o può essere anche una forma di protesta silenziosa?
E’ anche una protesta. Spesso è una protesta inconsapevole, a volte invece esplicitata. Dietro a questa fuga c’è sì paura, ma c’è anche una critica sociale. Questi ragazzi sono consapevoli di essere fragili, timorosi, ma sanno anche che la società che rifiutano è una società molto pressante, molto carica di aspettative. In qualche modo quindi la rifiutano con un messaggio. Ripeto: a volte questo messaggio è consapevole, altre volte meno, a volte esplicito, nella maggior parte dei casi è implicito nel ritiro, però c’è.
Molti di questi ragazzi sono descritti come sensibili, intelligenti, perfino molto lucidi. È possibile che la loro difficoltà stia più nel mondo che li circonda che in loro stessi?
La lucidità di un hikikomori è sicuramente ambivalente. Si costruiscono una armatura di razionalizzazione, un meccanismo difensivo che tenta di ridurre la sofferenza spiegando e giustificando il loro ritiro anche in modo orgoglioso, persino sano dal punto di vista della costruzione identitaria. Allo stesso tempo però sono in una condizione di ansia molto forte che non li può rendere del tutto lucidi e che li porta a escludere potenziali vie alternative al ritiro. Il ritiro è una forma difensiva che nasce dal contesto e da un disagio dell’ambiente, non necessariamente interno. È però una forma difensiva disfunzionale perché genera malessere nell’individuo, se non immediato sicuramente nel lungo termine. La loro grande sensibilità e la loro forte intelligenza razionale spesso si traduce in una scarsa competenza socio-emotiva, quindi in difficoltà a regolare le emozioni e a costruire relazioni sociali intime e supportive.
La scuola italiana è davvero attrezzata per riconoscere il disagio prima che diventi ritiro sociale oppure continua a leggere tutto solo in termini di rendimento e disciplina?
Direi che oggi la scuola italiana non è pronta. Però ci sono scuole che si stanno strutturando con spazi protetti, strumenti di formazione e ascolto per gli insegnanti e per i ragazzi. Non c’è immobilismo, ma c’è lentezza. Il sistema continua a basarsi soprattutto sulla trasmissione dei contenuti, ma oggi la scuola non può ridursi a questo. Le informazioni sono ovunque, nell’era dell’intelligenza artificiale. La scuola non può essere solo il luogo dove si insegnano storia o matematica: deve essere anche uno spazio dove si insegnano competenze emotive, ascolto empatico, dove si parla di attualità e si affrontano le paure dei giovani sul futuro. Se tutti parlano di guerra, di intelligenza artificiale, di social, e la scuola parla di tutt’altro, il ragazzo percepisce una disconnessione tra il mondo esterno e quello che gli viene insegnato. Questo non possiamo permettercelo. La scuola deve capire che le esigenze dei giovani di oggi non sono quelle di trent’anni fa. Le sfide generazionali si basano molto più sulle competenze socio-emotive che su quelle tecniche.
Nel racconto pubblico sugli hikikomori c’è spesso l’idea di ragazzi chiusi in camera davanti allo schermo. Non rischiamo così di semplificare troppo una realtà più complessa?
Sì, è un’immagine stereotipica. L’hikikomori è un problema molto complesso e multisfaccettato, perché nasce in una società complessa. Più la società si complica e più i problemi diventano multifattoriali e difficili da affrontare con protocolli rigidi. L’hikikomori non ha una soluzione semplice: si intreccia con i disagi sociali, con i malfunzionamenti del sistema e con le pressioni che vivono i giovani. Il digitale può diventare un capro espiatorio molto facile per semplificare il problema, ma non rispecchia la realtà. L’isolamento non è causato semplicemente dalle nuove tecnologie. In alcuni casi queste possono persino favorire un reinserimento sociale.
C’è una generazione cresciuta con l’idea che tutto fosse possibile e che bastasse impegnarsi per trovare il proprio posto. Quanto pesa oggi la distanza tra questa promessa e la realtà?
Questa è una narrazione che i giovani di oggi non percepiscono come reale. È la narrazione della generazione precedente, dei boomer o in parte dei millennials. La generazione Z sa che questo racconto è falso. Il problema è che molti genitori continuano a raccontarlo ai figli perché per loro, almeno in parte, è stato vero. Non si rendono conto che quella storia oggi non corrisponde più alla realtà.
Molti hikikomori raccontano di sentirsi giudicati continuamente. Viviamo in una società che osserva e valuta troppo i giovani?
Sicuramente i social hanno avuto un impatto devastante da questo punto di vista, soprattutto sui giovani che stanno costruendo la propria identità. Il social favorisce una costruzione identitaria negativa perché mette continuamente a confronto con modelli irraggiungibili: standard fisici, sociali, relazionali.
Secondo lei il ritiro sociale è anche una risposta alla paura di fallire in un mondo sempre più competitivo?
Sicuramente sì. È un modo per non affrontare la società, per sospendere la propria crescita e restare in una condizione quasi adolescenziale. C’è una forte paura del mondo adulto e della competizione.
Nel libro emerge spesso il tema del tempo: ragazzi che smettono di partecipare alla vita sociale ma continuano a pensare, leggere, riflettere. Che cosa succede dentro quella stanza chiusa?
Quella stanza diventa il loro mondo. C’è una riflessione continua, ma anche l’elaborazione di una sofferenza che non trova strategie alternative al ritiro sociale.
Le famiglie si trovano spesso divise tra il desiderio di proteggere e la paura di peggiorare la situazione. Quanto è difficile distinguere tra rispetto dei tempi del ragazzo e rinuncia ad aiutarlo?
È una delle sfide più difficili per i genitori. Devono trovare un equilibrio tra non mettere troppa pressione e non lasciare che il figlio vada alla deriva.
Se guardiamo gli hikikomori non come un problema individuale ma come un segnale collettivo, che cosa ci stanno dicendo della società in cui viviamo?
Ci stanno dicendo che viviamo in una società poco inclusiva, che fatica a riconoscere la neurodivergenza e che costruisce modelli molto rigidi a cui bisogna conformarsi. Non parliamo solo di modelli fisici, ma anche morali, psicologici e di genere: modelli che per molti ragazzi diventano vere e proprie gabbie.
COS’E’ L’HIKIKOMORI
L’Hikikomori (dal giapponese ‘stare in disparte’, ‘isolarsi’) è un fenomeno volontario di ritiro sociale. I giovani (sopratutto i maschi dai 15 ai 30 anni) si chiudono in casa, spesso nella propria stanza, per mesi o anni, rifiutando contatti con il mondo esterno. Il fenomeno sè pesso causato da alte pressioni sociali/scolastiche e disagio relazionale. Il termine è stato coniato negli anni ’90 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito.
CHI SONO GLI HIKIKOMORI
Prevalentemente giovani tra i 15 e i 30 anni, con una prevalenza maschile del 70-90% La loro non è una scelta di pigrizia, ma un profondo disagio adattivo sociale. Spesso la tecnologia (gaming, chat, forum) diventa l’unico mezzo di comunicazione, a volte vissuto come fuga. La condizione si considera tale quando il ritiro dura da almeno 6 mesi.
QUANTI SONO GLI HIKIKOMORI IN ITALIA
Sebbene nato in Giappone, il fenomeno è in aumento. In Italia si stima che i casi siano tra i 100 e i 200 mila. Recenti studi dell’Istituto Superiore di Sanuità e del CNR evidenziano circa 50-60 mila casi solo tra gli studenti delle scuole secondarie, spesso legati a fobia scolare, ansia e pressione sociale





