Sanremo, perché la politica (alta) deve stare su quel palco

Last Updated: 27 Febbraio 2026By

Politico

Il Festival di Sanremo, trasmesso in prima serata dal servizio pubblico, è da oltre settant’anni uno dei pochi rituali collettivi italiani capaci di riunire pubblici diversi in un medesimo tempo. Che la ‘politica’ debba stare o non stare su quel palco è una questione che ritorna con puntualità. Ma nasce da un equivoco semantico. Se per politica intendiamo il comizio, l’identità ideologica, le questioni di parte, allora certo che no. Non ci deve stare.

di Maria Elena Molteni

Ma se torniamo al significato etimologico di politica come discorso sulla polis, cioè sulla convivenza e sui fini comuni, allora l’esclusione preventiva diventa un’occasione mancata.

In alcuni passaggi della storia, non tutta, del Festival non è mancato il riferimento a temi ‘politici’ e sociali. Nel 1989 Paola Turci portò Bambini, una canzone sull’infanzia negata. Nel 2007 Fabrizio Moro vinse tra i Giovani con Pensa, brano dedicato alle vittime della mafia e alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel 2017 Ermal Meta cantò un testo potente contro la violenza sulle donne (Vietato morire). Nel 2018 Moro, insieme a Ermal Meta, vinse con Non mi avete fatto niente, riflessione sul terrorismo internazionale. Più di recente, nel 2024, Ghali pronunciò dal palco ‘Stop al genocidio’, aprendo polemiche che ancora oggi non si sono assopite, anzi rilanciate proprio in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi (leggi qui). Nella stessa edizione Dargen D’Amico intervenne sul tema delle morti di migranti nel Mediterraneo, con un pezzo bellissimo: Onda Alta. Ci sarebbero altri esempi (il monologo di Rula Jebreal, il brano di Povia Luca era gay), ma non facciamone un elenco.

Ieri Laura Pausini ha scelto di interpretare Heal the World di Michael Jackson, accompagnata dal Piccolo Coro dell’Antoniano, dedicando il brano alla pace. Nella stessa giornata la modella russa Irina Shayk ha dichiarato di voler evitare commenti “a carattere politico”. Due posizioni differenti dentro lo stesso spazio. Comprensibile soprattutto per chi rischia a esporsi. O semplicemente una scelta legittima perché esattamente come ciascuno dovrebbe poter dire, così si deve potere anche non dire. Per la medesima logica.

Certo, come sosteneva Umberto Eco, la cultura di massa, anche sotto forma di intrattenimento, costruisce l’immaginario collettivo. E’ talmente vero che anche la moda, in quel contesto, assume un ruolo importante, di racconto della società. Le tutine e i travestimenti di Achille Lauro in questa edizione farebbero a pugni (purtroppo) con un’estetica generale elegante, certamente, ma che non osa esprimersi rischiando. Naviga in acque sicure.

La conclusione, allora, non è che Sanremo debba trasformarsi in arena ideologica. È il contrario. Proprio perché è un rito popolare, deve sottrarsi alla politica bassa — quella di parte, contingente, divisiva — per custodire la politica alta: il bene e il male, la guerra e la pace, la libertà, la dignità, la generosità. Non l’agenda, ma l’etica della convivenza. Non parlarne, anche discretamente attraverso i testi di qualche canzone, ci sembrano occasioni mancate. Con buona pace di chi vorrebbe solo canzonette.

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