Sanremo 2026, un festival in comfort zone
La prima serata del Festival di Sanremo si chiude senza scossoni: la qualità media è alta, l’esecuzione buona, in alcuni casi impeccabile (leggi Arisa, Serena Brancale, Malika Ayane). L’impressione però è quella di un Festival corretto, ordinato, ben organizzato. Ma troppo conservativo. Segno dei tempi.
Al centro della serata, più che le classifiche provvisorie o gli equilibri televisivi, resta una questione artistica: dove si colloca oggi la novità? Fino alla scorsa edizione avevamo assistito a una manifestazione capace di intercettare fratture culturali – dall’irruzione di Mahmood alla deflagrazione globale dei Måneskin. Questa edizione sembra invece muoversi in una comfort zone rassicurante, quasi protetta. E non può essere responsabilità diretta del direttore artistico Carlo Conti, almeno lato canzoni. Conti ha evidentemente selezionato tra le proposte date. Di certo però la serata di apertura evita l’attrito nel suo essere così composta.
I brani di Fulminacci, Tredici Pietro, Ditonellapiaga, Ermal Meta, Sayf , Bambole di Pezza, Maria Antonietta e Colombre sono i più freschi, le loro prove convincenti. L’incontro tra le vocalità opposte di Marco Masini e Fedez è decisamente interessante e la canzone, siamo sicuri, ci accompagnerà a lungo. Più scontati alcuni big, pur nelle loro esecuzioni eccellenti. Sal Da Vinci, Serena Brancale e Arisa portano professionalità, controllo vocale, mestiere. Qui nessuno mette in discussione il valore degli interpreti. Ma l’impressione è quella di canzoni che arrivano già ‘finite’, già comprese: musica che conferma, non che apre a nuovi orizzonti. In questo senso, la forse la sola eccezione della serata è Ditonellapiaga che sceglie l’elenco per esprimere il fastidio, allontanandosi dalla liturgia delle ballate.
Dentro lo stesso perimetro ‘alto ma prudente’ anche Malika Ayane e Levante. Entrambe, pur impeccabili, si muovono dentro una grammatica nota. E poi c’è Ermal Meta, che nella prima serata appare quasi come un caso a sé: l’unico testo percepito come “impegnato” nel senso pieno del termine, con un riferimento alla guerra (trattato per allusione più che per nominazione diretta). È una canzone che chiede ascolto e non si regge sull’immediatezza, e proprio per questo resta isolata in un contesto in cui la densità semantica è spesso ridotta al minimo. Chi prova a entrare nella canzone civile è anche Sayf, molto convincente, utilizzando un registro molto composto nei toni. Il più concettuale è ancora una volta Dargen D’Amico.
Non è un caso, allora, che l’impatto visivo complessivo restituisca un Ariston vestito quasi interamente di nero. Un’estetica elegante, certo, ma anche uniforme. Prudente. In questo festival un po’ reazionario il format minimizza l’incertezza e sceglie la comfort zone.





