Alice De Andrè: “Respira dentro ai ‘no’ che ricevi, perché arriverà un giorno in cui potrai ‘mangiarti il mondo'”

Onstage

(testo di Maria Elena Molteni
video intervista di Tommaso Abis)

 

C’è un momento in cui il cognome smette di essere una protezione o, peggio, un fardello? Alice De André affronta questa domanda a teatro, con un monologo che debutta al Teatro Gerolamo. Non un omaggio, ma un dialogo impossibile con un nonno mai conosciuto. Eppure presente come non mai.

Questo spettacolo sta per debuttare. Non è il primo, ma qui sei tu al centro, che scegli di raccontarti. È un confronto “postumo”, quasi un dialogo con tuo nonno. Sarà lo stesso tono ironico che usi anche sui social?

Il linguaggio è un po’ quello, sì. Ma non è un dialogo diretto con mio nonno.
È un monologo fatto di riflessioni, in cui ripercorro diverse fasi della mia vita in cui mi sono dovuta interfacciare con questo cognome.

Parlo molto dei luoghi che abbiamo in comune, soprattutto della Sardegna: il posto dove lui ha scelto di ritirarsi e dove io invece sono nata. È un modo per raccontare il passaggio del tempo e quel filo invisibile che ci lega, nonostante non ci siamo mai conosciuti.

Hai definito questo lavoro un “omaggio rovesciato”. Cosa intendi?

Che non è uno spettacolo su Fabrizio De André, ma uno spettacolo dopo De André.
Io mi racconto attraverso anche questo cognome che porto, questa grande eredità. Non è una celebrazione: è un racconto personale, che parte da me.

Non sarebbe stato più semplice evitare tutto questo? Farsi carico di un cognome così importante è più un peso o un aiuto?

Non è un aiuto, come molti credono.
E “peso” è una parola brutta, non è quello. Ma di certo non facilita. Spesso ostacola, perché crea aspettative enormi.

Se sei De André, si aspettano che tu canti. Si aspettano che tu sia un genio. E inevitabilmente deludi, perché persone così geniali non nascono in continuazione.
Ci fai pace quando capisci che è una lotta che non ha senso fare e che non è possibile vincere.

Hai citato tuo padre, che ha fatto una scelta diversa dalla tua, restando però nel solco musicale. Che ruolo ha avuto per te?

Fondamentale.
Mio padre non ha fatto musica per assomigliare a suo padre o per arrivare al suo livello. L’ha fatto perché quella era la sua vocazione, la sua passione.

È un polistrumentista straordinario — lo diceva anche mio nonno — e forse è stato poco considerato. Ma è la dimostrazione di come questo cognome, spesso, non aiuti.
Per me è stato un esempio importante: anche lui avrebbe potuto nascondersi dietro un altro nome e non l’ha fatto.

Tu invece hai scelto il teatro. Come sei arrivata a questa decisione?

Mi sono sentita libera di seguire la mia passione.
Il teatro era il mio linguaggio. Sali su un palco con uno spettacolo tuo quando hai davvero qualcosa da dire.

Quello che mi ha spinto a scrivere questo monologo è stata proprio l’esigenza di venir fuori. Di dire: “Sì, sono De André, ma sono soprattutto Alice”.

Questo progetto nasce anche dentro una fondazione che lavora con ragazzi neurodivergenti. Come è iniziato tutto?

Grazie al compagno di mia mamma, Massimo, che considero il mio secondo papà. Ha un figlio nello spettro autistico e ha deciso di creare questa realtà, legata alla Fondazione Un Futuro per l’Asperger.

Da lì nasce Scuola Futuro Lavoro, che accompagna i ragazzi nel periodo più complicato: quello dopo il diploma. Fino ai 18 anni sei seguito, poi spesso vieni lasciato solo. Questa scuola vuole fare da ponte tra adolescenza ed età adulta.

Che tipo di rapporto hai con loro?

Non c’è un rapporto insegnante-studenti. È uno scambio.
Io posso dare degli strumenti, ma loro ne danno tantissimi a me. La loro naturalezza, l’assenza di filtri, la libertà totale… abbiamo molto da imparare.

Noi ci siamo riempiti di sovrastrutture. Loro ti ricordano cosa vuol dire lasciarsi andare.

In questo spettacolo sei autrice, interprete e regista di te stessa. Quanto è complesso tenere insieme tutto?

È tanto studio. Devi informarti, vedere spettacoli, andare a teatro, al cinema.
Ma la cosa più importante è l’esigenza. Non solo la passione: il bisogno.

Quando incontri persone che salgono su un palco senza avere nulla da dire, te ne accorgi subito. E ti chiedi dove stiamo andando.

Chi ti ha formata, artisticamente?

Anna Magnani, Anna Marchesini, Monica Vitti.
Amo follemente Marcello Mastroianni, Gigi Proietti.
Tra i contemporanei, Virginia Raffaele: guardando i suoi spettacoli vedi tutto lo studio che c’è dietro. È lì che dici: “Io voglio farlo così”.

Ultima domanda: un artista ha il dovere di prendere posizione sul mondo?

Solo se è preparato.
Usare slogan perché funzionano è misero. Se invece sai di cosa parli, se ti informi, allora è giusto usare la tua voce.

Il palco può essere uno spazio di denuncia, ma non deve diventare uno show.
Quello in cui credi devi portarlo avanti anche nella vita quotidiana, non solo sotto i riflettori.

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