Perché abbiamo paura di sbagliare (da dove arriva il senso di colpa?): lo canta Rossana De Pace

Last Updated: 6 Febbraio 2026By Tags:

Onstage

Chi non si è mai sentito in colpa, almeno una volta, nei confronti di qualcuno o di qualcosa?
Il senso di colpa è un’emozione complessa che nasce quando una persona percepisce di aver infranto un codice morale o personale, provocando un danno — reale o immaginato — a se stessi o agli altri.

(di Daniele Rossignoli)

Dal punto di vista neuroscientifico, questa emozione coinvolge l’attivazione di diverse aree cerebrali, tra cui la corteccia prefrontale, l’insula e l’amigdala, responsabili dell’elaborazione emotiva, della valutazione delle conseguenze e dell’empatia.

Ma il senso di colpa è solo individuale o può essere anche ereditato? È una questione biologica, culturale, generazionale? Il Mohicano ne ha parlato con la cantautrice pugliese Rossana De Pace, che in questi giorni ha pubblicato il nuovo album Diatomee, al cui interno spicca il singolo Madre Padre, un brano che affronta in modo diretto e intimo il rapporto genitori-figli.

Le generazioni passate ci hanno trasmesso i loro sensi di colpa

“Le generazioni precedenti ci hanno lasciato in eredità un fortissimo senso di colpa, che credo sia più culturale che generazionale”, racconta l’artista. “È un senso di colpa legato ai sacrifici che hanno dovuto fare, a quel “si fa così perché si è sempre fatto così”. La nostra generazione, invece, sta provando — lentamente — a liberarsene”.

La psicoanalisi spiega che, durante l’età evolutiva, inizialmente si obbedisce alle regole per paura della punizione o di perdere l’affetto delle figure di riferimento. Crescendo, subentra una consapevolezza più profonda: il dispiacere per il danno arrecato e il desiderio di ripararlo. È qui che il senso di colpa si trasforma in responsabilità.

…che si tramandano

“Il senso di colpa dei nostri genitori”, prosegue De Pace, “è spesso legato all’idea che il dovere sociale venga prima della felicità personale. I sensi di colpa si sono sempre tramandati, ma è proprio questa la catena che dovremmo spezzare”.

Secondo l’artista, la differenza tra generazioni non sta nell’assenza del senso di colpa, ma nel modo in cui viene elaborato: “Noi siamo forse più razionali nelle scelte, molto informati, ma anche paralizzati dalla paura di sbagliare. Non ce lo possiamo permettere. Andiamo più di testa che di pancia”.

Il confronto con chi è venuto prima è netto: “Quando parlo con persone di altre generazioni sento spesso dire: “Mi sono lanciato”, “Non ci facevamo troppe domande”. Noi invece ce ne facciamo moltissime, forse troppe. Il problema è capire fin dove la razionalità aiuta e quando, invece, bisogna lasciar parlare l’istinto”.

La paura di fallire

“La nostra generazione ha una grande paura del fallimento. Viviamo in una società fondata sulle performance. Io cerco di convincermi che questa pressione sia, almeno in parte, una percezione falsata. Lavoro su me stessa per trovare un mio modo di fare le cose: con tempi miei, con qualità, ma soprattutto in modo che mi rispecchi”.

I social come nuova televisione

Ma in questo scenario, che ruolo hanno i social network?
“Per me i social sono la televisione delle generazioni passate. Noi non ci informiamo dalla TV, che spesso propone un’informazione guidata e poco trasparente. I social sono uno spazio più libero, ma anche più pericoloso: bisogna imparare a distinguere il vero dal falso”.

Da un lato, sono uno strumento potente di connessione, scoperta e condivisione di cause e ideali. Dall’altro, possono diventare un luogo di isolamento e aggressività: “Le persone, protette dallo schermo, a volte tirano fuori il peggio di sé. Come ogni mezzo, dipende dall’uso che se ne fa: consapevole o inconsapevole”.

Perdonare i nostri genitori

Il singolo Madre Padre nasce proprio da qui. “È una canzone che ci aiuta a perdonare i nostri genitori per i loro errori. Riconosce che anche loro sono stati figli, e che ciò che ci viene trasmesso arriva da lontano, da generazioni di educazione. Il brano perdona, ma allo stesso tempo ci consegna una responsabilità: lavorare su noi stessi per non tramandare ciò che non funziona”.

Diatomee: essere parte di qualcosa di più grande

L’album Diatomee amplia questa riflessione. Racconta il valore dell’essere parte di un sistema più grande, fatto di relazioni, contaminazioni, passaggi. Come le diatomee — minuscole alghe capaci di influenzare interi ecosistemi — anche gli individui, nel disco, si muovono tra ambienti e stati emotivi diversi.

“Ogni canzone è una diatomea», spiega l’artista. «Come me, ha attraversato mari, cieli e terre, facendosi contaminare da sonorità e temi diversi. È un viaggio di comunicazione: con me stessa, con gli altri, con il mondo. Perché anche il gesto più piccolo, se inserito in una rete più ampia, può avere un impatto enorme”.

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