Paco Pena e l’anima profonda del Flamenco andaluso

Danza

Paco Pena porta in scena a Londra l’anima profonda del Flamenco andaluso. In Andalusia, le botti di quercia accolgono il vino nuovo che entra per depositarsi sul fondo; lì, a contatto con la terra, avviene la maturazione, l’invecchiamento.  Così come per il mosto, anche per l’arte è il tempo e soprattutto il contatto con la terra che genera le produzioni migliori.

SOLERA

‘Solera’ è il termine spagnolo per definire la qualità ed il valore che arrivano dall’esperienza ed è il titolo dello spettacolo di Flamenco firmato da Paco Pena che ha irradiato di passione il palco del Saddler’s Wells di Londra per 3 giorni, dal 17 al 20 aprile, prima di partire in tour tra Gran Bretagna (al Brighton Dome in novembre) e Australia. I giovani talenti, bravi, ma che ancora emanano quel profumo dolciastro e acerbo del mosto, si confrontano con la maturità più piena e rotonda del vino maturo, avvolgente e deciso di chi ha calcato le scene da tempo.

IL FLAMENCO NELLA SUA ANIMA PIU’ GITANA E DRAMMATICA

Solera mette insieme i suoni ed i passi della tradizione del Flamenco nella sua anima più gitana e più drammatica; non servono costumi colorati e fastosi drappi per sentire la forza dello spettacolo, sotto pelle. Il primo atto è contemporaneo, inghiottiti dai rumori e dal movimento orizzontale delle strade di una città qualsiasi, musicisti, cantanti e ballerini anonimi si raccolgono insieme in un dietro le quinte, per provare lo spettacolo e la vita, per liberare arte e creatività. Sono stropicciati, senza codici, solo movimento e grida violente, penetranti, per parlare con i demoni del Flamenco.

UN GRUPPO ZINGARO NELLA TRADIZIONE ANDALUSA

Tutto intorno è nero, la luce viene dalla complicità, dall’intesa di chi, nelle generazioni, esattamente come il mosto, passa la sua arte e la sua maturità ai giovani che saltano sulla vita con entusiasmo prima di assaporare l’amaro del tradimento e dell’abbandono. E’ un gruppo zingaro quello che Paco Pena vuole raffigurare nella tradizione andalusa e grida contro le ingiustizie, l’emarginazione e la morte. Il Flamenco come il soul afroamericano, riscopre le sue vere radici scavando sotto la madre terra, là dove si trovano la storia e la perfetta maturazione.

IMMACULATA RIVERO E IVAN CAPRIO

In scena questo grido sgrammaticato prende le forme delle vocalizzazioni struggenti dei due cantanti, Inmaculata Rivero e Ivan Carpio; sono loro che guidano la danza, le chitarre e le percussioni all’inseguimento di suoni disperati. La rabbia, la paura si sgolano mentre i ballerini battono i piedi con veemenza aggirandosi sul palco di legno come gatti sospettosi e randagi ma diversamente dai felini, sono rumorosi perché non hanno più niente da perdere ed il mondo e gli spiriti devono sentire bene il loro grido.

E POI IL FLAMENCO!

E’ solo nella seconda parte dello spettacolo che il Flamenco che tutti si aspettano prende vita, piano piano. Un palco nero e pochi fari illuminano i tre ballerini in bianco che si muovono in sincrono mentre sembrano trasportati da una forza innaturale; giocano, si misurano, ammiccano e danzano con i passi geometrici dei soldatini. Adriana Bilbao, che ha litigato con i suoi lunghi capelli scuri per tutta la prima parte, ora li ha raccolti come una perfetta ballerina di Flamenco con il rigore e l’ordine che controlla ogni passo, ogni giro delle mani mentre le dita afferrano la passione che spinge verso la vita.

GABRIEL MATIAS

Lei, come il brasiliano Gabriel Matias, ha in sé la malizia innocente della giovinezza, ma serve la bellezza matura ed elegante di Angel Munoz, con i suoi muscoli e la forza di tanti anni di esperienza per portare avanti la danza sulle note dei cantanti e degli strumenti. 2Le sue spalle sfidano la vita mentre le braccia forti la prendono a piene mani; il suo corpo è solenne e massiccio, ma lo sguardo non ha paura, ride, sbeffeggia e batte i piedi a spaccare le assi di legno, mentre gli altri possono solo rincorrere.

LA CHITARRA DI PACO PENA

Questo è Solera, questa è l’alchimia del vecchio che si mescola con il giovane, senza sostituzioni, senza passaggi di consegne, ma insieme, con più forza e più eleganza a strappare coraggio anche da chi ha urlato contro le ingiustizie, mentre le percussioni scandiscono il tempo per chiedere ai fantasmi di avere pietà dei mortali. La chitarra di Paco Pena, dall’alto dei suoi 80 anni, tira le fila, sospeso tra le sue note, sagge e sicure. Il flamenco andaluso non ha bisogno di orpelli per esprimere la sua natura, fa vibrare il cuore catturando chiunque abbia il coraggio di ammettere di aver gridato con la stessa disperazione contro i suoi demoni, battendo i piedi per dire basta alle ingiustizie. Olè.

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