(di Maria Elena Molteni e Daniele Rossignoli)

San Siro, Giambellino, Figino. Nei quartieri ‘difficili’ di Milano e dintorni, da tempo drammaticamente agli onori delle cronache, c’è tanto di complicato, ma c’è anche tanto di bello. Quello che parte da lì, da dentro, da alcuni ragazzi, che hanno trovato una strada e naturalmente, spontaneamente la regalano agli altri. Senza risparmiarsi, mostrando un modello di riferimento, vero e vicino, come età e come vissuto. Non calato dall’alto, o da fuori. Ma lì, dentro, accanto. Nasce così Attitude Recordz, una etichetta discografica indipendente, fondata da Matteo Gorelli, Patrick Yassin e Antonio Bongi. Storie difficili, qualcuna di carcere, che nella musica hanno trovato risposte e soprattutto un’idea del futuro.

Ecco allora che Matteo, Yassa e Bongi stanno lì, fanno musica, tra loro e con chi ha voglie di provare. registrano in una sala che Mare Culturale Urbano mette loro a disposizione. Fanno musica, fanno canzoni. Mostrano agli altri come questa possa diventare anche una professione. E i ragazzi arrivano, l’etichetta cresce. Li scopre una che ha fiuto, che si interessa davvero degli altri. Si chiama Roberta Colombo Gualandri. E’ una imprenditrice sociale. Che è un modo per dire ‘restituisco’ agli altri quel che posso. E forse la parola ‘restituzione’ è un po’ la chiave di tutto questo progetto: ho avuto, ho imparato, ho capito. Lo metto a disposizione. ‘Complice’ anche la Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus che con ‘Palla al Centro’ fa da ponte con i ragazzi dei quartieri. Un progetto, Palla al Centro, che nasce nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Tribunale per i minorenni di Milano e con il Centro per la Giustizia Minorile per la Lombardia per realizzare percorsi di rinascita  e sensibilizzazione.

Roberta Colombo Gualandri nel frattempo ha fondato Naive.Tv il cui motto è ‘Helping you discover cool people around you’. E in questo percorso di ricerca incontra i ragazzi di Attitude Recordz. Coinvolge il regista Tommaso Frangini, che con sguardo e mano delicata e sincera racconta, dà voce alle storie di ciascuno. E Checco Bianco, produttore esecutivo. Ne nasce un cortometraggio, ‘Attitude‘, distribuito sui canali di Naive.Tv e che potete vedere anche qui.

“La parola cercare, quando la leggo, non sai quante cazzo di volte ci leggo carcere dentro…” si apre così questo viaggio breve e potente. E’ Matteo a parlare. E’ lui a coordinare il progetto. “Io, Yassa e Bongi ci siamo incontrati circa due anni e mezzo fa – racconta a Il Mohicano – Bongi organizzava un contest, ha riconosciuto il mio quadro… ci siamo piaciuti, ci siamo presi bene. Ci siamo incontrati al McDonald e abbiamo scritto il progetto su uno scontrino, dieci euro in tutto. Un anno dopo è uscito un bando – a volte le istituzioni funzionano – che abbiamo vinto e così abbiamo fondato l’etichetta che si rivolge a situazioni complesse. Si tenta di arrivare all’industria discografica”. Il quadro era stato esposto in occasione di una mostra di ‘Idee in fuga’, progetto di bilancio partecipativo e di crowdfunding civico, un’esperienza di partecipazione democratica presso il carcere di Bollate. L’incontro, dunque, la vittoria del bando e poi “abbiamo iniziato a rapportarci con persone che non volevano registrare a pagamento e noi li facevamo venire qui (al Mare Culturale urbano, ndr)a sperimentare, a imparare a far musica, ognuno a modo loro”.

E a proposito di istituzioni, un po’ più scettico è Yassa “Ho 24 anni, tutti vissuti a San Siro e per me le istituzioni non c’entrano niente, perché i ragazzi d’oggi non si interessano di politica e i politici non si interessano dei ragazzi d’oggi, che sono poi quelli che dovrebbero votare E’ un circolo vizioso all’interno del quale colui che ha bisogno non si rende nemmeno conto di quello che ha bisogno, ma è così incazzato che non pensa che qualcuno potrebbe dargli una mano. Dall’altra parte, c’è chi che vuol fare qualcosa ma poi cade nella stupidaggine di volersi impossessare di un posto. Dicono che vogliono aiutare ma poi non aiutano per nulla. Tutto questo crea odio, disillusione”. Ecco allora che si cerca di ribellarsi attraverso la musica, “ma, purtroppo, anche attraverso altre manifestazioni. Bisogna cogliere le sfumature che questi ragazzi utilizzano nelle loro frasi e nella loro vita reale. E’ lì che si capisce qual è il loro vero problema. Se non c’è chi è in grado di ascoltare la loro voce, non è colpa loro”.

“A me piace fare musica con i miei amici -prosegue Yassa nel suo racconto- cerchiamo di trasformare l’energia che c’è in quel momento con quello che viene viene, non abbiamo un genere. Da quando ho iniziato a fare musica mi sono rapportato in maniera casuale, magari facendo dei freestyle in giro, raccontando le nostre storie e quelle di amici con i quali sono cresciuto e con i quali condivido valori e gusti. Per quanto riguarda gli esterni, contattiamo ragazzi che hanno voglia di far musica, per passione ma che non hanno mai provato. Ragazzi che hanno bisogno di sfogarsi, non hanno una loro valvola e trovano noi”.

Bongi capita “quasi per caso” all’interno di questo progetto.”La musica -spiega- ha sempre fatto parte della mia vita, mi fa stare bene, ma non l’avevo mai vista come una possibile professione. E’ nata per caso, grazie ad un educatore e a una serie di stimoli che mi sono arrivati. Stavo facendo una messa alla prova a Figino e l’educatore mi ha detto che gli sembravo in gamba come organizzatore di eventi. Con un budget di 5 mila euro sono riuscito ad organizzare un contest di freestyle. Grazie a questo budget, con i ragazzi di San Siro che avevano voglia di esprimersi, abbiamo organizzato ‘Parole in fuga’ dove ho incontrato Matteo per la prima volta e Yassa”.

Quanto al linguaggio usato dai rapper “loro -osserva- parlano in maniera chiara, senza filtri svelando quello che è un linguaggio che viene dal basso. Avendo parlato senza filtri si sono fatti ascoltare e notare. Il nostro è un rap differente, sicuramente crudo ma non vogliamo idolatrare chi fa un certo tipo di vita anche perchè chi, come noi, ci è passato veramente sa che non porta a cose positive. Anch’io, quando ero un ragazzino, non avevo molti strumenti per capire dove sbagliavo. Quando sono entrato nel carcere minorile al Beccaria è stata per me una escalation peggiorativa: sono entrato con tre denunce e una volta dentro ne ho prese sei. Io sono cambiato in comunità, finché sono stato dentro stavo solo peggiorando. In comunità mi hanno dato gli strumenti, uno psicologo che mi ha aiutato a venirne fuori”.

Tutto questo è sufficiente per togliere i ragazzi dalla strada e dalla violenza? “Forse sì o forse no”, sottolinea Matteo. “Cosa posso fare ancora io, dopo tutto questo tempo, dopo aver fatto un percorso di giustizia recuperativo, dopo aver conosciuto la moglie della persona che è venuta a mancare a causa mia, dopo essermi laureato due volte, fatto un master, fondato un’impresa, fatto l’educatore. Cosa posso ancora fare rispetto al tempo che mi chiedono di trascorrere in una certa situazione?”. Un punto di domanda e una storia che non finisce qui. L’impegno con i ragazzi continua. Prossima tappa Corvetto con uno studio di registrazione e una web radio. Noi de Il MoHicano vi racconteremo anche di questo.