Echo Ex Machina’ è il primo disco da solista di Simone Faraci, musicista siciliano di base a Bologna, dove è attivo da diversi anni nella scena dell’improvvisazione elettroacustica (con Minus – collettivo d’improvvisazione ed Elettronica Collettiva Bologna). Dopo aver studiato e lavorato nel settore della musica classica, attualmente si dedica principalmente alla ricerca nel campo della musica elettronica.

‘Echo Ex Machina’, in uscita per Slowth Records in CD e digitale, nasce da una suggestione scaturita durante la pandemia. Nel corso degli ultimi due anni ci siamo infatti circondati sempre più di voci mediate da strumenti tecnologici. Voci che arrivano da lontano, smembrate e successivamente ricostruite dalla tecnologia digitale.

L’idea di un lavoro ruotante attorno a questo tema si è concretizzata inizialmente in un live in solo presentato all’interno della rassegna Studio Vox del celebre centro di ricerca, produzione e didattica musicale Tempo Reale. Il tutto si è poi evoluto, è maturato avvalendosi della collaborazione con la performer vocale Agnese Banti e si è trasformato infine in un concept album diviso in cinque parti, inteso però come un’unica composizione.

Il disco poggia su quattro concetti: voce, distanza, macchina, metamorfosi. Il titolo riassume questi concetti rifacendosi alla figura di Echo e al suo mito, tramandato da Ovidio ne Le Metamorfosi. Nell’opera di Ovidio, Echo perde il suo corpo e si trasforma in puro suono che vaga, invisibile, tra i boschi. Allo stesso modo le nostre voci viaggiano senza corpo nello stream delle videochiamate e nei feed dei social media, come un’eco della nostra presenza corporea. Questo argomento viene approcciato sotto una luce diversa in ognuna delle cinque tracce in programma (due delle quali, ‘Apparatus [songmachine]’ e ‘Τυέρτι’estratte come singoli in versione radio edit), per un ascolto nel complesso conciso ed estremamente fresco nel suo flusso elettronico.

Il primo brano, ‘Scroll Macabre’, è composto esclusivamente da materiali campionati dai reel di Instagram. La successione di queste voci ed eventi sonori crea un discorso che si carica di senso anche nella sua pseudo-casualità. Sullo sfondo, un loop dal mood macabro +contrassegna l’alienazione del gesto ripetitivo dello scroll.

‘Τυέρτι’ scaturisce dalla collaborazione con Banti. Qui le parole non esistono, perché si presentano smembrate in una miriade di sillabe, per essere ricomposte da un algoritmo randomico, che le accorpa in modo totalmente inconsapevole. Comincia così un gioco di stimoli in cui l’ascoltatore può trovare una propria chiave di lettura a quanto proposto dalla macchina: le sillabe sono soltanto suoni, è la nostra mente che cerca un significato.

‘Metamòrpho’ è l’unico brano provvisto di un vero e proprio testo, deformato però da una griglia ritmica in controtempo rispetto alla metrica originale. Il testo in questione è formato da pochissimi versi tratti da Le Metamorfosi di Ovidio, letti in latino attraverso un vocoder. Il breve paesaggio notturno che costituisce la parte centrale del brano è costellato da piccoli interventi di residui vocali, che ricordano l’universo ASMR.

‘Vox Aeterna’ dà spazio al canto nella dimensione armonica, facendo riferimento alla musica di György Ligeti e Olivier Messiaen: la voce di Banti sembra muoversi in uno spazio vuoto, in una continua trasformazione timbrica, in un ciclico agglomerarsi e rarefarsi di accordi, incorniciati dalle frequenze pure del sintetizzatore.

Apparatus [songmachine]’ rappresenta il gran finale del disco, un’immaginaria macchina del canto in grado di produrre voci diverse. In questo brano vengono utilizzate diverse tecniche di elaborazione della voce che diviene un materiale malleabile, in perenne divenire. Sulla griglia ritmica tracciata da un motore di sintesi vocale si alternano una serie  di metamorfosi vocali: voci che sembrano provenire da corpi metallici, voci che si trasformano in canti d’uccelli, madrigali suonati da un turntablist, l’autotune utilizzato come specchio deformante del timbro vocale.*