(di Daniele Rossignoli) “‘Kyrie’ è un grido, non un grido disperato ma un grido di speranza”. Angelo Branduardi, con il suo ultimo singolo ‘Kyrie Eleison (Signore abbi pietà)’, invita a guardare con fiducia al domani tenendo presente che “questo è il momento del sacrificio e dell’obbedienza ed è giusto che la libertà individuale venga limitata. Spiace -sottolinea Branduardi intervistato da IlMohicano– ma se non si rispettano determinate regole non si fa solo del male a sé stessi ma agli altri”.

‘Kyrie’, aggiunge Branduardi “non ha la forma canzone, neppure la forma sonata, come direbbero i musicisti classici: è una piccola suite di cinque minuti, un grido verso il silenzio di Dio che ci terrorizza. Ho chiesto semplicemente di avere pietà, l’ho fatto a modo mio, in tonalità maggiore, cosa che non è prevista dall’armonia classica ma che veniva usata tantissimo durante il rinascimento. Quell’accordo in mi maggiore, dove io canto la quinta, è proprio serenità, pace e l’ho voluto mettere ad ogni costo”. Certo è, sottolinea Branduardi, che in momenti come questi “è difficile essere ottimisti ma sono fiducioso che probabilmente verrà fuori una alba nuova che non sarà il sol dell’avvenire ma che gli assomiglia”.

Provocatore da sempre, sul piano musicale, Branduardi non ha mai smesso di fare sperimentazione, passando da quella che un tempo era considerata musica popolare alla cosiddetta musica seria, come nel caso delle sue ultime opere. “Suono da 65 anni -ricorda il cantautore- e credo di potermi permettere di tutto. In realtà -sottolinea- l’ho sempre fatto, facendo anche degli errori, e adesso più che mai mi piace sperimentare. In realtà mi considero da sempre un artista di nicchia diventato popolare per caso”.

“Quando con David Zard portammo ‘Alla fiera dell’est’ alla Rca per farla ascoltare all’amministratore delegato -ricorda Branduardi- subito dopo la parola ‘topolino’ si mise a ridere e staccò il vinile. Ci abbiamo messo un anno per trovare un ‘matto’ che la pubblicasse e nove mesi per farla uscire. Adesso, dopo più di quarant’anni, la cantano i bambini delle materne senza sapere minimamente chi sia io. Questo significa -conclude- che il brano non mi appartiene più ma è diventato un patrimonio popolare”.