(di Daniele Rossignoli) Il 18 settembre del 1970 muore Jimi Hendrix. Una morte per diversi anni strumentalizzata, oggetto di false informazioni e di versioni distorte. Ancora oggi, per molti, Jimi Hendrix morì a causa della droga, di una overdose, si disse allora. Ma non è affatto vero. A far luce su quanto realmente successo e sugli ultimi giorni di Hendrix, fino a quella fatidica mattina del 18 settembre, ci hanno pensato Enzo Gentile, giornalista e hendrixiano da sempre, e Roberto Crema, collezionista di tutto ciò che riguarda Jimi Hendrix, con il volume ‘The story of life – gli ultimi giorni di Jimi Hendrix’, edito da Baldini e Castoldi, con la prefazione di Leon Hendrix, fratello minore del leggendario chitarrista.

“Jimi hendrix non è morto per una overdose -racconta Enzo Gentile, intervistato da IlMohicano–  Jimin Hendrix muore per una sventurata fatalità. Nelle ultime ore di vita -spiega- assume troppi tranquillanti che insieme a un po’ di vino rosso hanno un effetto devastane. Un conato di vomito nella notte mentre dorme lo soffoca e i soccorsi arrivano in ritardo, sono lenti e poco efficienti. Era un ragazzo nero, che nessuno aveva riconosciuto e che forse all’ospedale era stato accolto senza le dovute premure”.

Il libro raccoglie molte testimonianze, molte interviste rilasciate da Hendrix: “abbiamo voluto rappresentare la dimensione umana di un ragazzo di 27 anni e di quello che stava vivendo anche in termini di ripensamento e di riconsiderazione della sua carriera. Il libro contiene anche una quarantina di foto attinenti all’ultimo mese di vita di Hendrix. Siamo partiti dal 18 settembre del 1970 perchè da ragazzo ero stato martoriato dalle fack news secondo le quali Jimi Hendrix era l’ennesimo morto per droga: non fu così. Abbiamo pensato di fare chiarezza sul quel periodo -spiega Gentile- utilizzando le fonti dirette, compresa l’autopsia, i referti, le testimonianze dei medici e degli infermieri che avevano soccorso Jimi quella mattina nell’appartamento di Londra che stava condividendo con la sua fidanzata”.

“Da quelle testimonianze e da quei documenti -prosegue Enzo Gentile- si ricava la verità storica, che non è una nostra opinione: Jimi Hendrix non è morto per una overdose, Jimi Hendrix muore per una sventurata fatalità. Siamo partiti con la fotografia dei primi giorni di agosto del 1970, con i concerti di Hendrix alle isole Hawai. Concerti che, coincidenza vuole, saranno il fulcro di un doppio Cd e un Dvd che usciranno a novembre”.

“Dopo i concerti all’isola di Wight quelli in Danimarca, Svezia e Germania, Hendrix torna a Londra per recuperare le forze. E’ esausto, ha le pressioni dei discografici e sta progettando di tornare, da lì a quale giorno, negli Stati Uniti. Voleva tornare negli Usa perché aveva aperto gli Electric Lady Studios che voleva seguire da vicino, e perché doveva recuperare alcuni nastri di canzoni non finite. Inoltre si era ripromesso di prendere lezioni sulla composizione scritta per leggere la musica. Jimi era un autodidatta istintivo e voleva entrare in una sfera più professionale della musica”.

“C’era molta progettualità -prosegue Gentile- voleva cambiare la sua musica, era stanco di andare sul palco e suonare sempre gli stessi brani anche se erano i più richiesti ai suoi concerti. Sul palco Jimi Hendrix poteva sembrare un selvaggio -sottolinea Gentile- ma in realtà, nella vita privata, era era molto disponibile, molto generoso con tutti. Voleva semplicemente poter suonare ovunque gli capitasse di poterlo fare. Insomma -sottolinea Gentile- era tutto, tranne che una persona disperata”.

A distanza di cinquant’anni dalla sua morte, Jimi Hendrix continua, comunque, ad essere uno degli artisti più prolifici del panorama musicale mondiale: “E’ l’artista postumo che ha di gran lunga la produzione maggiore -spiega Enzo Gentile- dopo la sua morte sono stati pubblicati un sacco di dischi, qualcosa come un centinaio di volumi, e ci sono sicuramente più libri su di lui che non su Jim Morrison. Al di là della possibile mitizzazione del personaggio è come se Hendrix fosse ancora un artista contemporaneo. Non è invecchiata né la sua immagine né la sua musica e basti pensare a quante cover sono state fatte delle sue canzoni. Proprio oggi  -sottolinea- esce un Ep di Neil Young in cui c’è ‘Little Wing’ di Hendrix, certo fatta alla Neil Young, ma ancora attuale dopo cinquant’anni”.

Ma come è nata la passione di Enzo Gentile per Jimi Hendrix? “Quando muore -racconta a IlMohicano- io ero un ragazzino sapevo poco di musica, non sapevo nulla di lui. Avevo cominciato ad acquistare i primi 45 giri e avevo alcuni suoi singoli. Subito dopo la sua morte capisco che è successo qualche cosa: nel ’71 esce in Italia il film su Woodstock, film che comincio a divorare e che si chiude proprio con una performance di Jimi Hendrix che suona, tra le altre cose, l’inno americano. Questo -prosegue nel suo racconto Enzo Gentile- mi colpì tantissimo, ero piccolo e molto acerbo però quella performance mi aprì uno spiraglio molto luminoso che mi fece capire come la musica sarebbe stata una materia che avrei voluto approfondire. Da allora -conclude- cominciai ad andare a ritroso per scoprire e ascoltare tutto quello che aveva fatto Hendrix nei suoi primi anni di carriera, la sua storia e il suo rapporto con la cultura rock”.