(di Beatrice Pesenti, foto di Edoardo Mengo) – Morgan parla di canzoni e di autori sul palco del Cpm Music Institute di Milano nella giornata conclusiva dell’Open Week, incoronando Fabrizio de Andrè ”l’autore’ per definizione’. “Oggi la canzone tra le forme d’arte è dominante: è fatta di saper suonare e di saper scrivere le parole. Pensate a quanto chi scriva canzoni abbia una competenza sofisticata, completa e veramente larga a livello culturale. Fare una canzone implica anche una serie di abilità legate alla relazione con gli altri” dice agli studenti che lo ascoltano in Auditorium. Una stoccata la riserva alla “musica leggera: una categoria di musica che tenta di essere qualcosa che non è; fatta da chi pensa solo a fare classifiche, non a fare delle belle cose. Mettiamo nella musica leggera tutto ciò che non è sufficientemente bello da essere chiamato pop”. E cos’è il pop? “Il pop è la musica moderna occidentale tonale. In esso entrano le commistioni dei generi, non è puro”. Certamente “va incontro al mercato, altrimenti non potrebbe esistere”. Morgan rivede anche le varie “classi” in cui è suddivisa la musica, individuandone quattro: pop, folk, jazz e avant-garde. Parla inoltre di “canzone scientifica”: per esempio, quella di autori come Battiato e Battisti, dove c’è un esperimento sul suono.

Le canzoni, a detta dell’artista, sono formate da parole universali e non universali. Ma cosa sono le parole universali? Cuore, amore, sole. Sono quelle parole usate e capite da tutti, che hanno uno slancio positivo, di ottimismo, ma che possono però produrre anche l’effetto contrario. Come mai il contrario della parola universale non è universale? “Dovrebbe essere algebricamente universale, cioè, i significati sono altrettanto comprensibili, perché ‘nemico’ è comprensibile tanto quanto ‘amico’. Ma ‘amico’ è universale, ‘nemico’ no, perché è una parola oscura”. Il significato è comprensibile, ma il gioco si fa più serio, più profondo. Ed è in questo momento che si inizia a parlare di canzoni d’autore, che sono piene di negazioni, comprendono i vocaboli del versante oscuro dell’universalità. “Io preferisco parlare di canzoni non d’autore ma degli autori, quelli che sanno usare la particella ‘non’. Sono quelli che sanno muovere i contrasti, che giocano con il paradosso e che finiscono sempre in posizioni pensanti. Son quelli che il cuore lo agiscono, magari addirittura negandolo, perché lo tolgono dalla carta, e lo tengono nel petto: sono gli anarchici. Questi sono gli autori, e De Andrè è il re di questi autori”.