Esce oggi Hypersonic Missiles, l’album di debutto di Sam Fender scritto, registrato e prodotto nello studio costruito da Sam in un magazzino a North Shields, insieme all’amico e produttore di lunga data, Bramwell Bronte. Quando Sam Fender ha vinto il BRITs Critics’ Choice Award alla fine del 2018, il suo nome è stato aggiunto alla lista dei precedenti vincitori che include Adele, Florence & The Machine, Sam Smith ed Ellie Goulding. Sam Fender è un ventiquattrenne della working-class del Nord che suona ogni concerto come se fosse l’ultimo, con la voce cavernosa e la sua immancabile chitarra (ovviamente una Fender), alimentato da quella convinzione, apparentemente della vecchia scuola, che la musica per chitarra ha ancora il potere di cambiare la vita e influenzare le persone.

C’è un filo conduttore che attraversa tutte le canzoni di Sam e che è al centro dei suoi testi. Sam è un osservatore socialmente impegnato e ha un dono innato per semplificare le questioni di attualità. “Ho solo domande, non risposte”, dice Sam, ma con le sue parole riesce ugualmente a parlare e sensibilizzare migliaia di persone. I suoi testi riflettono le conversazioni che si svolgono tra amici nei caffè, nei pub e sulle terrazze: frustrazioni, incomprensioni e disperazione.

Dead Boys‘, la canzone che ha alzato la posta in gioco per Sam subito dopo aver firmato il suo primo contratto discografico, affronta il tabù del suicidio maschile. Avendo perso amici intimi proprio per questo, Fender ha voluto affrontare l’argomento in una canzone. La reazione è stata immediata. Aiutato da uno splendido video diretto da Vincent Haycock, i giovani si sono da allora avvicinati a Sam dopo i concerti per ringraziarlo per aver scritto un testo tanto attuale e drammatico. Questo è quello che può fare la buona musica andando oltre alla melodia. E in Hypersonic Missiles c’è la sensazione che ci sia ancora molto di più di quelle rivelazioni. E’ infatti un album coraggioso, che tratta anche temi scomodi. In ‘The Borders’ ricorda ,“[you] pinned me to the ground/eight years old with a replica gun pushing in my skull saying you’re going to kill me if I tell/Never did and I never will/that house was living hell” and ‘you can’t stand me. I can’t stand me too’, un inno diretto e potente, dove il sax è un omaggio al suo eroe Bruce Springsteen. Questi sono i racconti di una cupa e spesso dimenticata città del nord, caratterizzata dalla mancanza di fiducia della sua gente. In ‘Will We Talk?’ evoca il suono smash-and-grab di New York, ma sostituisce l’immaginario di quei vivaci marciapiedi con le grondaie illuminate al neon di Newcastle, inondate di vodka. Se non lo è già, questa è destinata a diventare la canzone preferita dal vivo. Un inno rock’n’roll della durata di tre minuti.